ANCHE SULLE RIFORME COSTITUZIONALI NON SI DEVE GIOCARE DI RIMESSA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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ANCHE SULLE RIFORME COSTITUZIONALI NON SI DEVE GIOCARE DI RIMESSA da IL MANIFESTO

Anche sulle riforme costituzionali non si deve giocare di rimessa

OPINIONI. L’opposizione faccia le sue proposte. Come la fiducia al solo capo del governo, la sfiducia costruttiva e il riconoscimento del potere del presidente del Consiglio di chiedere lo scioglimento

Gaetano Azzariti  12/01/2024

Non si può continuare a giocare solo di rimessa, l’opposizione deve riuscire a ritrovare le sue parole e smetterla di seguire i pessimi progetti dell’attuale maggioranza limitandosi a chiedere di migliorarli.

Anziché pretendere che sia la destra a far meglio, bisogna dimostrare che si sia in grado di cambiare il senso di marcia e su questo recuperare il consenso perduto, altrimenti – come è stato scritto su questo giornale (da Carugati e da Ricciardi) – il fallimento è annunciato.

Ecco allora l’utilità di scrivere una sorta di agenda sulle riforme da contrapporre a quello sgangherato e pericoloso che ci viene ora proposto (l’orrido premierato). Si tratta di smontare a destra, per rimontare a sinistra.

NEL DIBATTITO PUBBLICO si dà per scontato che in Italia sia necessario assicurare una maggiore stabilità ai governi. A fondamento di questa esigenza si pone il dato statistico della loro breve durata: 68 governi in 75 anni. Un fatto che non è contestabile, un fattore di debolezza intrinseca della nostra forma di governo. È invece la conseguenza dell’elezione diretta del capo del governo che appare del tutto impropria. L’equivoco si regge su un’ambiguità di linguaggio che confonde i tre diversi possibili significati più o meno arbitrariamente assegnati al termine «stabilità». Con quest’espressione si fa infatti riferimento: a) ai poteri direttamente esercitati al governo; b) alla solidità e autorevolezza della compagine ministeriale; c) alla permanenza nel tempo degli esecutivi.

Nel primo caso si deve rilevare come, al contrario della vulgata corrente, bisognerebbe in realtà ridurre i poteri attualmente esercitati dai Governi, i quali, nel corso del tempo, si sono enormemente espansi ed appropriati dei poteri spettanti agli altri. Lo squilibrio tra governo e parlamento è fatto notorio. Sarebbe dunque auspicabile un riequilibrio, ma a favore del legislativo. E questo passa attraverso riforme di segno opposto rispetto a quelle che ci vengono proposte. Si potrebbe pensare ad una nuova disciplina dell’attività normativa del governo, rimettendo le mani sulla legge numero 400 del 1988, che dovrebbe essere affiancata da un profondo ripensamento dei regolamenti parlamentari.

Cambiamenti tendenti a eliminare le compressioni dei tempi della discussione parlamentare e ad assicurare la centralità dei lavori in commissione; ridefinire i rapporti con il governo, bloccando le prassi distorsive dei voti di fiducia reiterati, dei maxiemendamenti onnicomprensivi; introdurre corsie privilegiate per alcuni atti del governo a fronte di un uso ben più contenuto della decretazione d’urgenza; riservare alla legislazione esclusivamente la normativa generale e di principio, procedendo ad uno sfoltimento della selva di leggi minute di carattere amministrativo e provvedimentale. Insomma, una complessa agenda di riforme per dare la necessaria stabilità alla nostra forma di governo parlamentare, a vantaggio del sistema politico complessivo, non invece del solo Governo.

PER QUANTO RIGUARDA la seconda accezione di stabilità, frutto di un necessario aumento dell’autorevolezza della compagine ministeriale, quel che può dirsi è che è certamente un problema reale, ma esso è legato – ahinoi – alla più generale crisi della democrazia contemporanea. La disaffezione del corpo elettorale, la distanza tra popolo e la sua classe dirigente, i criteri di selezione dei nostri rappresentanti, la delegittimazione degli organi di governo del paese, sono fenomeni ben gravi che devono certamente essere affrontati, oltre che sul piano sociale e culturale, anche dal sistema politico. Ma anche in questo caso con misure diverse da quelle legate alla scelta del capo dell’esecutivo.

Provvedimenti incisivi, quale può essere una nuova legge sui partiti, per cercare di far tornare questi ad essere strumenti per assicurare ai cittadini di concorrere con metodo democratico alla politica nazionale; ovvero una riscrittura – l’ennesima – del sistema elettorale che non sia più unicamente ossessionata dalla governabilità, ma che riesca anche finalmente a rivitalizzare la rappresentanza e la scelta degli elettori, in fondo seguendo le indicazioni della Consulta nelle sue famose decisioni in materia elettorale; ovvero misure per riattivare i canali ostruiti della partecipazione e del coinvolgimento nelle scelte politico-istituzionali. Un campo sterminato d’intervento politico, da tempo non più arato.

Rimane l’ultima accezione di stabilità, intesa come durata degli esecutivi, che rappresenta una vera debolezza della nostra forma di governo parlamentare. Si tratta di affrontare senza ipocrisie il problema delle troppo frequenti crisi delle maggioranze governative. Ma la domanda che pongo è se la via da percorrere sia l’elezione diretta del vertice dell’esecutivo, con l’accentuarsi delle distonie che qui abbiamo richiamato, ovvero se non sia più opportuno, nonché consono alla nostra tradizione, riflettere su misure di razionalizzazione guardando a quell’esperienza che nel nostro continente ha espresso governi assai longevi entro una forma parlamentare di governo. La Germania s’intende, ma non per copiarne pedissequamente tutti gli istituti, come va troppo di moda sostenere, ma per adattarne alcuni alle peculiarità della nostra forma di governo e del nostro frantumato sistema politico.

PASSANDO ALLORA rapidamente in rassegna le quattro misure che caratterizzano il sistema tedesco, si potrebbe stabilire di introdurre la fiducia parlamentare al solo presidente del consiglio per rafforzare la sua legittimazione senza provocare eccessivi squilibri. Ci sarebbe invece un prezzo da pagare nell’introduzione dell’istituto della sfiducia costruttiva, il quale sottrarrebbe al capo dello Stato la regia delle crisi, sebbene non possa sottovalutarsi che essa impedirebbe le cosiddette «crisi al buio», responsabilizzando le forze politiche.

Per quanto riguarda infine la revoca dei ministri e lo scioglimento anticipato delle camere, poteri secondo alcuni da assegnare al presidente del Consiglio, ritengo che essi possano ben essere iscritti nel nostro sistema come potere di proposta al capo dello Stato al quale spetterebbe l’ultima parola in qualità di garante della Costituzione. In fondo, per lo scioglimento già è così, essendo nel nostro ordinamento tale potere – come anche il potere di nomina del governo – un atto presidenziale duumvirale o complesso, non certo esclusivamente («formalmente e sostanzialmente») presidenziale.

Riforme istituzionali profonde, dunque, che si porrebbero in continuità con la nostra tradizione costituzionale, che sarebbero in grado di perseguire lo scopo di una maggiore stabilità, in tutti i significati ad essa attribuiti. Una via diversa, ma possibile. C’è qualcuno che se ne vuole fare carico?

Contro i progetti autoritari è tempo di nuovo antifascismo

NUOVE RESISTENZE . Si vuole passare dalla Costituzione come rivoluzione promessa, come diceva Calamandrei, alla controrivoluzione minacciata dagli epigoni di Almirante

Gianfranco Pagliarulo  12/01/2024

Giorgia Meloni ha confermato la volontà di procedere speditamente nella direzione dell’elezione diretta del presidente del Consiglio e in quella dell’autonomia differenziata. Il disegno di queste riforme tende a scardinare i fondamenti della Costituzione nata dalla Resistenza e ad avviare una nuova fase della storia repubblicana segnata da una prevalenza del potere esecutivo sul potere legislativo e giurisdizionale e sull’aumento delle diseguaglianze fra aree più ricche e aree più povere.

Meloni ha affermato che «l’elezione diretta del capo del governo non significa togliere potere al capo dello Stato». È una bufala. Se il presidente del Consiglio viene eletto a suffragio universale, la sua nomina da parte del presidente della Repubblica diventa un atto notarile. Inoltre l’articolo 88 della Costituzione prevede che il presidente della Repubblica possa, «sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse». Con la riforma invece, se per due volte il governo non riceve la fiducia del parlamento, «il presidente della Repubblica procede allo scioglimento delle Camere», il che vuol dire che non è un più un potere ma un dovere. Di conseguenza la riforma cancella due poteri fondamentali del presidente della Repubblica.

Poniamo poi che alle elezioni politiche vinca il candidato presidente del consiglio che ottiene il 33% dei voti, con un’astensione del 35%. Questi, con la riforma, avrebbe alla Camera e al Senato una maggioranza del 55%. Tale maggioranza rappresenta in realtà circa il 22% degli aventi diritto al voto. Essa potrebbe eleggere dopo il terzo scrutinio il nuovo presidente della Repubblica. Questi a sua volta nomina cinque giudici della Corte costituzionale a lui graditi; la maggioranza del parlamento nomina altri cinque giudici della Corte costituzionale. Maggioranza e presidente del consiglio eleggono così due terzi della Consulta, riducendola ad un megafono del governo. Per non farsi mancare nulla, la maggioranza potrebbe eleggere la quota di membri laici del Csm. Infine, una persona sola al comando e una maggioranza che non rispecchia la volontà popolare potrebbero ulteriormente cambiare la Costituzione in base all’articolo 138.

Elezione diretta del presidente del consiglio e maggioritario in Costituzione svuotano ulteriormente di potere il parlamento e rendono insignificanti le opposizioni. Così si cambia la natura stessa della Costituzione, trasformando la democrazia parlamentare in democrazia di investitura, come affermato nella relazione della legge.

Con questa autonomia differenziata vince l’idea per cui la competizione fra regioni è fattore di crescita, mentre la cooperazione è elemento di freno e di stagnazione. Gli effetti economico sociali saranno micidiali, differenziando i diritti dei cittadini delle zone più deboli da quelli delle zone più forti, rendendo pressoché irrimediabile il divario del Mezzogiorno e configurando definitivamente due Italie.

Tutto ciò è corredato dai comportamenti del governo: l’abolizione del reddito di cittadinanza, la negazione del salario minimo, la politica di cieco contrasto al fenomeno migratorio (accompagnata da un oggetto misterioso chiamato Piano Mattei), la recente legge di bilancio, i decreti anti-rave, Cutro, Caivano, l’attacco al diritto di sciopero, le cariche della polizia e persino l’identificazione di chi si permette di gridare «Viva l’Italia antifascista!».

Per non parlare dell’ultra-atlantismo bellicista, del faraonico progetto di riarmo made in Crosetto, dell’occupazione di tutti gli spazi nel mondo della cultura e della comunicazione.

Si evince un’idea di Stato autoritario e di società gerarchica che è il contrario del progetto costituzionale di Stato e di società. Si passerebbe perciò dalla Costituzione come rivoluzione promessa, come diceva Calamandrei, alla controrivoluzione minacciata dagli epigoni di Almirante. C’è puzza di zolfo. Quanto basta per mettere in allarme l’intero arco di forze politiche e sociali che hanno a cuore la tenuta delle istituzioni democratiche e che si riconoscono, ciascuna nella sua autonomia e nella sua visione del mondo, nel comune sentire antifascista. È tempo di resistenza costituzionale e di unità democratica oltre i confini degli schieramenti, di cuore caldo e mente fredda, di progetti di rinnovamento solidale e di pace. È tempo di nuovo antifascismo.

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