Incendi: la terapia c’è ma non la si vuole adottare
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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Incendi: la terapia c’è ma non la si vuole adottare

di Tonino PERNA –

L’impeccabile editoriale del direttore Rocco Valenti di domenica scorsa [27 agosto 2017]  mi ha indotto ad intervenire su questa devastazione prodotta dagli incendi, sulla incredibile distruzione di tante aree, boscate e non , in tutta la Calabria. Soprattutto, mi ha colpito e fatto riflettere la citazione di un passo di Mario La Cava che vale la pena di riproporre:

«I campi coltivati, però, i campi delle colline e delle pianure, si salvavano sempre. Li salvavano i contadini con i loro lavori continui, con le loro arature che distruggevano le erbe secche e gli arbusti che avrebbero potuto dare alimento al fuoco, appena si fosse presentato: lo fermavano subito con la loro vigilante attenzione».

Questa straordinaria analisi dello scrittore/contadino Mario La Cava è non solo attualissima, ma coglie i punti nodali della questione incendi che spesso vengono ignorati da esperti di varie discipline. La prima questione riguarda il fatto che le nostre campagne e foreste si sono spopolate progressivamente dagli anni ’50 del secolo scorso. Settant’anni di esodo hanno prodotto un deserto all’interno di questa regione, per l’80 percento collinare e montana. Una presenza che un tempo assicurava tutti quei lavori di manutenzione che impedivano ad un eventuale incendio di propagarsi. La seconda questione, legata alla precedente, lo scrittore calabrese la riassume in una battuta fulminante:

«lo fermavano subito con la loro vigilante attenzione».

Nessuno si illudeva, neanche in quel tempo che gli incendi si potessero evitare, ma faceva notare che si potevano bloccare «subito», sul nascere, grazie ad una «vigilante attenzione».

È da quest’ultima considerazione che chi scrive è partito agli inizi di questo secolo, in qualità di presidente del Parco Nazionale dell’Aspromonte, per contrastare questo insopportabile fenomeno non naturale, ma legato a dinamiche sociali e economiche che ben conosciamo. Gli incendi hanno diverse cause e spesso non sono prevedibili, ma se si spengono subito i danni vengono fortemente limitati. Affinché ci sia quella che Corrado Alvaro definiva «vigilante attenzione» occorre che vi sia sul terreno una popolazione motivata a svolgere questo compito. Per secoli sono stati i contadini , qualche volta in netto contrasto con i pastori che incendiavano per avere l’erba verde alle prime piogge o per estendere le aree a pascolo. Oggi che le nostre colline e montagne si sono spopolate, che molti borghi nelle aree interne sono abbandonati o abitati solo da anziani, come è possibile ristabilire questa relazione?

Questa è la domanda che mi sono posto dopo un’analisi statistica degli incendi che avevano colpito il Parco Nazionale dell’Aspromonte negli anni ’90 del secolo scorso. Non è accettabile, mi sono detto, che un Parco nazionale perda mediamente ogni anno circa 1000 ettari tra aree boscate e non. Da questa considerazione è nata l’idea di stipulare, con associazioni e cooperative, dei contratti di «responsabilità sociale e territoriale» che premiavano, in termini economici e morali, chi riusciva a mantenere la superficie bruciata sotto la soglia del 1per cento della superficie data in adozione. Viceversa, chi superava questa soglia poteva perdere il 50 per cento del valore del contratto. Il bando non prevedeva nessuna gara al ribasso – che è spesso un vulnus che colpisce la qualità dei servizi- ma ad ogni associazione/cooperativa veniva assegnato un tot di ettari di terreno, in base alla loro disponibilità, conoscenza del territorio, curriculum. Il principio è simile a quello dell’adozione di un bambino: l’assunzione di responsabilità. Alle associazioni/cooperative che si dimostravano incapaci non veniva rinnovato il contratto l’anno successivo. Si iniziava a giugno e si finiva a settembre e i soggetti che avevano raggiunto i migliori risultati venivano premiati con una festa in piazza Duomo a Reggio.

Già nell’estate del 2001, mentre divampavano gli incendi sul territorio italiano ed occupavano la prima pagina dei Tg e dei giornali, il Parco dell’Aspromonte ne risultava pressoché immune. Il fatto colpì l’attenzione del noto giornalista di Repubblica, Antonio Cianciullo, che vi dedicò una intera pagina e spiegò ai lettori come funzionava il modello Aspromonte. Stesso scenario si ripeté nel 2003, quando tutta l’Europa del Sud fu attraversata da una anomala – si diceva allora – ondata di calore che nella sola Francia causò 25.000 vittime, e dalla Grecia arrivando fino al Portogallo gli incendi fecero danni che non si erano mai visti per dimensione e durata del fenomeno. Oltre Cianciullo che ritornò sul tema e sulla soluzione del modello Aspromonte, ci furono diversi Tg e quotidiani nazionali , riviste molto popolari come ”Oggi”, e tanti altri che si occuparono della “stranezza” di questo esperimento in Aspromonte. Gramellini, noto giornalista e scrittore, sulla Stampa di Torino venne fuori con un editoriale dal titolo Mangiafuoco in Aspromonte, giudicando meritoria questa esperienza, ma dandogli una interpretazione “nordica” e quindi pregiudiziale: Il Parco paga per non fare bruciare. Dato che Aspromonte e ‘ndrangheta è facile da associarli come la granita di caffè con la brioche, il risultato è stato quello di dire sottovoce che il Parco pagava la ‘ndrangheta per non mettere fuoco. Nessuno è andato a vedere i dati di quegli anni, altrimenti avrebbe scoperto che il numero degli incendi , rispetto alla media, era aumentato sia nel 2001 che nel 2003, ma era diminuita nettamente la superficie percorsa dal fuoco. Nessuno era riuscito a bloccare gli incendi, ma la presenza sul terreno di personale fortemente motivato aveva fatto sì che nella maggior parte dei casi gli incendi venivano bloccati sul nascere. Un aneddoto francese suona più o meno così: quando si accende un fuoco dopo 10 secondi basta un bicchiere d’acqua, dopo un minuto ci vuole un secchio d’acqua, dopo un’ora bisogna chiamare i vigili del fuoco.

Lo stesso scenario si ripeté nel 2007 , e questa volta fu il TG3 nazionale che fece un approfondimento sul caso Aspromonte. Venni chiamato dall’allora presidente della Regione Calabria, Agazio Loiero, che mi volle affidare l’incarico per proseguire questa esperienza a livello regionale. Mi propose subito un contratto di consulenza, ma non mi dette garanzie in merito alla struttura né alle risorse finanziarie che la Regione avrebbe messo per questo scopo. Tenendo presente che secondo i dati della Forestale ogni 5 anni il 50 per cento degli incendi colpisce le stesse aree, è possibile selezionare le aree da proteggere con questo criterio. Feci un rapido calcolo e rispetto a quello che spendevamo al Parco nazionale dell’Aspromonte, per estendere il modello al resto del territorio regionale, almeno rispetto alle aree boscate più a rischio, occorrevano circa 2 milioni di euro. Non una grande cifra rispetto a quello che viene speso per elicotteri e canadair che per giunta, e nessuno ne parla, hanno buttato negli anni tonnellate di acqua salata sulle nostre colline! L’allora direttore generale della Regione Calabria insistette perché io firmassi un contratto di consulenza comunque, cosa che non feci e di cui vado giustamente fiero. Non avrei potuto combinare nulla senza personale e risorse finanziarie adeguate.

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