NUOVA SAGGEZZA ECOLOGICA CONTRO LA CRISI ALIMENTARE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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NUOVA SAGGEZZA ECOLOGICA CONTRO LA CRISI ALIMENTARE da IL MANIFESTO

Mobilitarsi contro la crisi alimentare

Navdanya International promuove una mobilitazione internazionale (Call to Action) come risposta attiva al dispiegarsi di un progetto globale che intende cancellare le culture rurali, le fattorie agroecologiche, i veri agricoltori, […]

Vandana Shiva  13/10/2022

Navdanya International promuove una mobilitazione internazionale (Call to Action) come risposta attiva al dispiegarsi di un progetto globale che intende cancellare le culture rurali, le fattorie agroecologiche, i veri agricoltori, il cibo genuino. La distopia di una «agricoltura senza agricoltori» e di un «cibo senza fattorie» è spacciata come soluzione ai cambiamenti climatici. In pochi decenni, i sistemi alimentari industriali hanno messo a repentaglio la salute umana e i mezzi di sussistenza, violando le leggi dell’ecologia e quelle della giustizia umana.
Il sistema industriale globalizzato di produzione di cibo-merce sta contribuendo alla distruzione dei processi vitali della Terra e sta mettendo a rischio la salute del pianeta. La risposta antiecologica alla crisi che i grandi inquinatori stanno imponendo al mondo, è quella di aumentare esponenzialmente la crescita del sistema alimentare industriale basato su immense monocolture intensive, gestite da sistemi robotizzati e dall’intelligenza artificiale, che in molti casi sono destinate a produrre le materie prime utilizzate per creare cibi artificiali in laboratorio. Siccome il cibo è stato ridotto a un bene finanziario e a una merce, l’eccesso di speculazione dovuto alla finanziarizzazione del cibo è alla base della crisi.

Che si traduce in forti aumenti dei prezzi per i consumatori e in maggiori guadagni economici per gli operatori finanziari e le grandi multinazionali dell’agricoltura. Ciò che viene sistematicamente ignorato dalla maggior parte delle diagnosi sull’attuale crisi alimentare è che il problema non risiede in una mancanza di offerta o di integrazione del mercato, ma piuttosto nel modo in cui il sistema alimentare è strutturato intorno a sistemi di potere.

Si è volutamente creata una confusione tra gli allevamenti intensivi basati sullo sfruttamento, che possono contare su enormi sussidi pubblici, e i piccoli allevamenti ecologici che sono parte essenziale di un sistema integrato. Di conseguenza, gli animali sono spesso visti come il problema principale dei moderni sistemi alimentari e molti sostengono la necessità di eliminarli. È fondamentale capire la differenza tra i due sistemi: mentre i piccoli agricoltori integrano gli animali come diversità vitale in un agroecosistema funzionale, non torturano e non sovrappopolano, gli allevamenti intensivi sono caratterizzati da un numero enorme di animali stipati in condizioni deplorevoli, che emettono gas serra.

Stiamo vedendo come questa agenda globale per cancellare le culture basate sulla terra ignori le stesse crisi che ha creato. Come nel caso della brucellosi che si sta diffondendo tra le bufale in Italia, causata dai sistemi di allevamento intensivo. L’abbattimento di questi animali, reso necessario dalla produzione di tipo industriale, sta ora distruggendo anche i mezzi di sostentamento dei veri piccoli produttori di mozzarella.

È tempo di abbandonare questi sistemi economici ad alta intensità di sfruttamento delle risorse e basati sul profitto che hanno creato il caos in tutto il mondo, sconvolgendo gli ecosistemi del pianeta e danneggiando i sistemi sociali. Il passaggio da una globalizzazione corporativa, alimentata dai combustibili fossili, a una localizzazione delle nostre economie è diventato un imperativo ecologico e sociale. La risposta etica ed ecologica alle crisi attuali è quella di tornare alla Terra e alle sue leggi ecologiche per garantire cibo, salute e lavoro per tutti. Dobbiamo mettere in pratica quanto è stato concordato dalle comunità locali a livello internazionale sulla necessità di creare un’alternativa all’agricoltura industriale e al modello della grande distribuzione.

La creazione di economie ecologiche locali basate sulla rigenerazione del lavoro reale e sulla co-creatività con la natura è l’unica via sostenibile per la terra e le società umane. I veri contadini producono cibo genuino, nutrono il suolo, le piante e gli animali, compresi gli esseri umani. La vera agricoltura ha sostenuto la Terra e le sue civiltà per millenni. Agroecologia, agricoltura rigenerativa, agricoltura naturale e biologica, si basano sulla diversità e sulla cura, riciclando la materia organica e rispettando la «legge del ritorno».

La campagna Il nostro pane, la nostra libertà chiede di riportare la salute e il benessere di tutti i popoli e del pianeta al centro del dibattito politico e reclama la nostra libertà alimentare. Dal 2 al 16 ottobre 2022, vi invito a organizzare assemblee popolari, eventi o azioni, ovunque vi troviate – nei parchi, nelle piazze, nei giardini, nelle scuole e nelle comunità – per reclamare i nostri semi, il cibo, la democrazia e la libertà.

Celebriamo la biodiversità, i nostri territori, tutti gli esseri viventi, e diamo forma a una nuova democrazia della Terra basata su semi vivi, suoli vivi, comunità sane ed economie di cura.

L’attualità scomoda di un grande ecologista in anticipo sui tempi

C’è la Felicità interna lorda inventata da Bhutan: un indicatore ideale e un po’ ingenuo. C’è all’estremo opposto il Prodotto interno lordo (Pil): un indicatore monetario artificioso, punto di riferimento […]

Marinella Correggia  13/10/2022

C’è la Felicità interna lorda inventata da Bhutan: un indicatore ideale e un po’ ingenuo. C’è all’estremo opposto il Prodotto interno lordo (Pil): un indicatore monetario artificioso, punto di riferimento per l’illusione di una crescita infinita. Ma Giorgio Nebbia (1926-2019), docente universitario, scienziato, attivista, divulgatore, studioso dell’ecologia che deve comandare l’economia – se l’umanità vuole avere un futuro sul pianeta, ci ha lasciato uno strumento in aiuto a questo obiettivo che sa di svolta copernicana: il calcolo del Prodotto interno materiale lordo (Piml), ovvero come sottoporre l’economia ai limiti fisici e reali dei flussi di materia ed energia.

SU QUESTA CONTABILITA’ biofisica, Nebbia lavora dal lontano 1972, per approdare allo studio sui flussi di massa globali dell’economia italiana elaborati sui dati del 1995 e poi a quello relativo al Piml dell’Italia del 2000. Un lavoro scientifico innovativo, ispiratore a livello internazionale, e ripubblicato nel libro che lo storico Marino Ruzzenenti, suo amico per trent’anni e collaboratore, dedica a Nebbia.

GUIDATO DA QUESTO VIRGILIO, il saggio denso e avvincente, la cui seconda parte è una selezione antologica di scritti di Nebbia, ripercorre il periodo della formazione, la scelta della merceologia, la «primavera ecologica» sbocciata negli anni 1960, i rapporti sui limiti della crescita, Rio 1992 con lo sviluppo sostenibile, fino appunto agli studi sulla contabilità biofisica. Ecco la storia di un «grande ecologista» multidisciplinare.

NEL LIBRO SI RIPUBBLICA lo scritto Ecologia ed economia, del 1973, con il quale Nebbia motiva l’istituzione del primo corso nazionale di ecologia in una facoltà di economia (a Bari). E poi Sviluppo sostenibile, 20 anni dopo la Conferenza di Stoccolma sull’ambiente umano del 1972, nella quale aveva rappresentato il Vaticano da «profeta cattolico dell’ecologia» – stranamente ignorato nella recente enciclica Laudato sì.

NEBBIA RIPERCORRE il dibattito sul limite che risale a Malthus e alle critiche di Marx e dei cattolici contro il suo egoismo borghese; rimane la validità della riflessione sulla carrying capacity del pianeta, di fronte a una «corsa al progresso» che ha attirato il genere umano in varie trappole (anche tecnologiche) e alla fine lo ha fatto «affondare nelle sabbie mobili» del degrado ecologico. Dunque, il domani deve essere nella neo-economia della «società solare» (il sole: una fonte di energia che Giorgio Nebbia studiava da decenni). Occorre una «nuova saggezza ecologica» e Nebbia, scrive l’autore, «riscopre l’antica virtù cristiana della continenza nel possesso – una denominazione singolare di ciò che tanti anni dopo verrà chiamata decrescita?».

IL CONSUMISMO è un «peccato» perché sporca il pianeta e toglie agli altri. Ma non si può affidare il cambiamento ai soli stili di vita; vanno assunte politiche globali a livello dell’Onu, a cui Nebbia è attento. E siccome la crisi ecologica è crisi del bene collettivo, «soltanto una società pianificata e socialista potrebbe darsi nuove regole» compatibili con scarsità ed equità. Con Mumford, Nebbia si riferisce a un «comunismo di base». Per Nebbia era importante la distinzione fra crescita e sviluppo: quest’ultimo essendo la «soddisfazione dei bisogni essenziali di dignità, indipendenza, giustizia, libertà e vita in condizioni decenti».

UNA RIFLESSIONE CHE, spiega Ruzzenenti, «porta necessariamente a perseguire una decrescita della produzione e dei consumi nei paesi ricchi se si vuole che quelli poveri si possano emancipare dall’indigenza». Nel 2005 Giorgio Nebbia riprende il tema della decrescita ma si augura che non diventi una moda, come è stato per la «sostenibilità»; termine di cui nel 1990 aveva chiesto l’abolizione, perché depistante. L’attualità di Nebbia è scomoda, avverte l’autore: «Se, come sta avvenendo per il Pnrr italiano, ci si affida a grandi imprese e logiche di mercato, il suo lavoro può rimanere in un cassetto».

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