CONTRO L’ODIO, ANTROPOLOGIA DELL’AGIRE POLITICO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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CONTRO L’ODIO, ANTROPOLOGIA DELL’AGIRE POLITICO da IL MANIFESTO

Contro l’odio, antropologia dell’agire politico

Opinioni Il dominio delle «tecniche» neoliberiste di governo ha scatenato insicurezza, degrado di status, rabbia verso le élite che hanno fatto le fortune di forze autoritarie à la Trump. La violenza distruttiva non è un episodio, specie negli Usa, nasce dal soffiare estremistico sul fuoco delle destre. Non serve la “moralizzazione” ma la funzione aspra della critica

Laura Pennacchi  23/09/2025

L’ininterrotto scatenamento di conflitti non mediati politicamente sulla scena mondiale e l’accentuata instabilità dei sistemi politici occidentali (significativo da ultimo il caso della Francia) parlano di qualcosa di più di una crisi della democrazia, qualcosa che investe più nel profondo la dimensione politica tout court. La depoliticizzazione generata dal connubio economicismo/mercificazione/individualismo proprietario, veicolato dal lungo predominio neoliberista, ha portato a una tecnicizzazione e a una amministrativizzazione dell’azione politica (con prevalenza di governi tecnici, accentuato ruolo delle Banche centrali e delle agenzie indipendenti, ricorso alla governance invece che al government) nel corso delle quali è sembrata attutirsi la discriminante destra/sinistra e le forze politiche hanno quasi disimparato l’esercizio della responsabilità diretta con il suo intrinseco forte carico valoriale e ideale.

MA DINAMICHE economiche che acuiscono la svalutazione del lavoro, la mercificazione, la finanziarizzazione, la ostilità alle istituzioni pubbliche, le diseguaglianze, la spogliazione delle risorse ambientali, il crescente dominio della tecnica non potevano che scatenare tra i cittadini insicurezza, degrado di status, risentimento verso le élite sui quali hanno costruito le loro fortune forze autoritarie à la Trump. Nella realtà la discriminante destra/sinistra non è sparita affatto, anzi si è radicalizzata prendendo forme nuove e sono insorti populismi estremistici, xenofobie, demonizzazioni esasperanti, fino all’ecatombe delle guerre.

È TUTTO QUESTO che fa emergere da ogni conflitto in atto un sottofondo drammaticamente morale. La violenza distruttiva non è un episodio, specie negli Usa, è generata dall’estremistico soffiare sul fuoco delle destre. Di fronte a ciò, non si tratta di abbandonarsi una “moralizzazione” obsoleta e stantia delle questioni politiche, ma di rivendicare un ritorno paradossalmente aspro, perché assai esigente, del significato morale dell’azione politica. La morale non come atteggiamento moralistico ma come “agire critico”, in grado di cogliere un tratto fondamentale della rivolta contemporanea, che da una parte dà alla denunzia politica un forte significato morale, dall’altra dà alla moralità un elevato contenuto critico. Quel tratto che l’alimentazione nichilistica dell’odio e della vendetta perseguita dalle destre autoritarie, a partire da Trump seguito da Meloni, ossessionate dai fantasmi dell’Anticristo teorizzati da Peter Thiel e pronte a sfruttare per un bieco vantaggio politico persino l’orribile assassinio di Kirk , tenta di soffocare. Quel tratto, però, non è colto neppure dai teorici schmittiani della politica che – affezionati all’idea hobbesiana che il politico nasca dalla “ostilità caotica” e dal potere disordinante di singoli e fazioni, messo in forma non dal diritto ma da qualcosa che lo eccede dall’interno e cioè la decisione – vi vedono solo la conferma di una deplorevole “generale tendenza allo slittamento morale delle istanze politiche”.

UN ESITO DELLA depoliticizzazione è evidente: il rovesciamento della realtà e la demonizzazione dell’avversario operati dalle destre tra urla sempre più parossistiche in cui si distingue la premier Meloni. Ma qui c’è un monito anche per le sinistre: le risposte a questa situazione non possono rimanere solo entro i principi proceduralisti formali del liberalismo – che confina la dimensione morale e dei valori nella sfera privata condannandola al mutismo politico -, debbono contrastare il vuoto provocato dall’affidamento al nichilismo, consapevoli che una vita concepita in termini nichilistici conduce a una vera e propria “antispiritualità”, a un agire famelico segnato dall’indistinzione tra bene e male insofferente di ogni limite e dall’idolatria del profitto e del denaro (basta pensare all’osceno progetto di fare del cimitero di Gaza un luogo di vacanze di lusso per ricchi).

PER QUESTO DOBBIAMO guardare nel profondo della depoliticizzazione in atto e prendere di petto la nuova “questione antropologica” che si staglia di fronte a noi, la quale nasce dalla situazione odierna ma origina da lontani antecedenti – racchiusi in Macchiavelli e Hobbes – che vanno nominati, esplicitati, rimessi in discussione. Possiamo contrastare la terribile antropologia machiavelliana e hobbesiana, intrisa delle idee della malvagità innata dell’essere umano, del suo intrinseco egoismo e utilitarismo, dell’homo homini lupus, della politica solo come forza e dominio, dell’inevitabilità della dicotomia amico/nemico, della irrimediabile pulsione umana alla distruttività e alla guerra.

I PROCESSI di ripoliticizzazione sono connessi a quelli di riantropologizzazione e non saranno possibili senza la liberazione dell’energia creativa che emana dalla riscoperta di valori come umanità, umanesimo integrale (altro che transumanesimo!), diritti umani, “vita buona”, lavoro non alienato, realizzazione di sé, creatività. Abbiamo abbondantemente appreso che il dolore, la sofferenza, l’angoscia non sono altrettanto fondative della vita umana quanto la gioia, la felicità, la speranza, le quali soltanto rendono l’esperire umano meraviglioso.

Ma la felicità non è l’opposto della tristezza o del dolore, sempre presenti nell’esistenza umana, è l’opposto della sterilità interiore e della improduttività, è l’adozione di un orientamento generativo nei riguardi di sé stessi e del mondo.

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