Officina dei saperi | Il “Poema pedagogico”, come buona pratica formativa della Rivoluzione d’Ottobre 1917-2117
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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Il “Poema pedagogico”, come buona pratica formativa della Rivoluzione d’Ottobre 1917-2117

di Nicola SICILIANI DE CUMIS –

26 ottobre 2017

Caro Piero, cari Amici di Officina,

penso che abbiate potuto vedere ieri sul Manifesto, il discorso in Senato di Mario Tronti in occasione del Centenario della Rivoluzione d’Ottobre. E suppongo che almeno una parte di voi abbia seguito e stia seguendo sulla stampa nazionale e internazionale, sulle riviste, in volume, e sugli altri mass media, cosa si è detto e si viene dicendo del tema. Per cui nell’ipotesi che l’argomento possa interessarvi vi invio [cfr. infra] il mio punto di vista al riguardo, nella forma in cui l’ho trasmesso al Convegno che si terrà oggi pomeriggio nell’Istituto Luigi  Sturzo.                           

Un caro saluto, dal vostro              

Nicola Siciliani de Cumis

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LA PEDAGOGIA DELLA PROSPETTIVA

Il Poema pedagogico, come buona pratica formativa della Rivoluzione d’Ottobre 1917-2117

  1. Ricordando il futuro

Il mio intervento su La pedagogia della prospettiva a questa Tavola rotonda per il primo Centenario della Rivoluzione d’Ottobre 1917-2017/Echi dall’Ottobre… e non solo, svolge a suo modo il tema generale incentrato su La Rivoluzione d’Ottobre nella società e nella cultura russa e occidentale. Ha pertanto un sottotitolo, con un mutamento di data (non 2017 ma 2117, che spererei non apparisse eccentrico ma soltanto augurale: Il Poema pedagogico di Anton Semënovič, come buona pratica formativa della Rivoluzione d’Ottobre 1917-2117. Un sottotitolo certamente “caricato”, ironico, autoironico e nondimeno sarcastico e provocatorio, ma in via di ipotesi intrinsecamente progettuale, fermamente programmatico, per più versi prospetticamente makarenkiano. Che vuol dire: radicato nel presente, ma con un occhio rivolto al passato (al Poema pedagogico) e con un altro occhio orientato al futuro (verso le realistiche utopie ottobrine della prospettiva, per l’appunto in previsione del prossimo centenario, nell’ottobre del 2117).

La proposta di un tema d’indagine così ridefinito sul passato trinariciuto, sul presente trimammelluto per un futuro tricornuto mi sembra francamente il minimo. E il fatto è che, traducendosi quanto ai contenuti in sostenibili sotto-temi d’intervento spalmati su due secoli (1917-2117), anziché su uno solo (1917-2017), la prospettiva makarenkiana avrebbe forse modo di concretizzarsi, stabilizzarsi, svolgersi… E magari, nelle more, di essere messa perpetuamente alla prova con il conforto di un articolato progetto europeo di ricerca e di azione educativa tra realtà e immaginazione (proprio come accade nel Poema pedagogco), a partire certamente dall’esperienza di Makarenko (da quale altra se no?), a tutto beneficio delle cosiddette riforme della scuola e dell’università attualmente incapaci di produrre effetti positivi in senso davvero democratico.

Di qui l’interrogativo: perché nel nome di Makarenko e di Vygotskij (e senza dimenticare Gramsci, Gobetti e Dewey; e Piero Calamandrei e Altiero Spinelli), non darci subito una mossa, elaborando un preliminare protocollo d’intesa tra l’Associazione Italiana Makarenko, l’Associazione Internazionale Makarenko, l’Associazione Makarenkiana Russa, il Museo Makarenko di Mosca e altri partner euroasiatici disposti a scommettere sulla bontà del progetto? Quali dei rappresentanti delle diverse istituzioni qui presenti questa sera si sente in grado di aderire al progetto?

Di qui, in particolare, alcune anticipazioni esplicative della “filosofia” e della “pedagogia” della prospettiva nella chiave critico-letteraria e storiografico-educativa dell’ormai quasi centenaria presenza di Makarenko sulla scena dell’educazione europea (quindi mondale). E tenendo specialmente conto, dagli anni Cinquanta a oggi, della continuativa permanenza dell’autore in Italia, in virtù delle numerose edizioni e ristampe del Poema pedagogico (due delle quali con sovracoperta realizzata dal Maestro Ennio Calabria, voce autorevole in questa Tavola rotonda). E di una larga messe di studi italiani-europei, oltre che di una enormità di esperienze didattiche, convegni, mostre, film, viaggi di studio, traduzioni, applicazioni, divulgazioni, adattamenti interculturali ecc. (Agostino Bagnato e Maria Serena Veggetti, ne sanno più di me).

E facendo tesoro del fatto che in Italia, in Russia, in Ucraina, in Germania, in Inghilterra, negli Stati Uniti, a Cuba, in Giappone, Cina, India, Angola, Mozambico ecc., esiste già e si viene consolidando a opera di alcuni studiosi, un vero e proprio settore di studi virtualmente assai ricco di prospettive di ricerca e di esperienze applicative sui rapporti, obiettivamente fecondi, tra la creatività letteraria e educativa di Makarenko e la psicologia dell’educazione, creativamente innovativa e ricca di prospettive didattiche, di Lev Semënovič Vygotskij (cfr. da ultimo, in sinergia tra Italia e Russia, le ricerche in corso di Maria Serena Veggetti sul tema della Comunicazione in psicologia dell’educazione e pedagogia e le informazioni prodotte dalle Associazioni Makarenkiane Russa, Italiana e Internazionale, e dal Museo Makarenko di Mosca).

Nello stesso ordine di problemi rientrano, tra l’altro, la recente prima traduzione italiana della vygotskijana Teoria delle emozioni a cura di Mauro Campo, con prefazione di Veggetti, nei tipi dell’editore “l’albatros”; le pluridecennali attività profuse dalla stessa Veggetti per la laurea a doppio titolo (e possibili dottorati di ricerca) nelle Università La Sapienza di Roma e della Città di Mosca; i rapporti di collaborazione con altre università, scuole e ambiti educativi makarenkiani internazionali e locali, da Artek/Jalta a Oppido lucano/Matera; il pluridecennale contributo delle riviste “Slavia” e “l’albatros” e di rispettivi siti internet. E, su un altro piano, le attività makarenkiane e vygotskijane dell’ultimo triennio, svolte nel Laboratorio di scrittura e lettura delle carceri di Roma (Regina Coeli) e Catanzaro/Siano (“Ugo Caridi”), con il coinvolgimento di altri istituti di pena (Parma, Oristano, Siena, Velletri, Rieti, Cagliari ecc.).

  1. L’Ottobre di Makarenko

Alla luce del testo integrale del Poema pedagogico di Makarenko nella sua più recente proposta in lingua italiana nei tipi dell’editore “l’albatros” la quantità e la qualità dei moltissimi luoghi espliciti e/o impliciti in tema di rivoluzione (in generale), di Rivoluzione del 1905 (qua e là) e di Rivoluzione d’Ottobre (soprattutto) acquistano senza dubbio uno specifico significato narrativo, storico-culturale ed etico-politico-pedagogico. Ed è il primo problema di ricerca che abbiamo di fronte: un problema che investe, nelle sue differenti pieghe ideali e ideologiche, l’intero romanzo, dal capitolo d’esordio riguardante il 1920, all’epilogo che propone una situazione del 1935, sette anni dopo la conclusione della vicenda narrata nel corso del libro (cfr. A. S. Makarenko, Poema pedagogico. A cura di N. Siciliani de Cumis. Con la collaborazione di F. Craba, A. Hupalo, E. Konovalenko, O. Leskova, E. Mattia, B. Paternò, A. Rybčenko, M. Ugarova e degli studenti dei corsi di Pedagogia generale I nell’Università di Roma “La Sapienza” 1992-2009, Roma, l’albatros, 2009. Ristampa nel 2010; e da ultimo riproposto con correzioni di diverso tipo e significative varianti in http://www.archividifamiglia.sapienza-beniculturali.it/ nella sezione Makarenko, 2013).

In altri termini, per intendere il Poema pedagogico come riflesso speculare e al tempo stesso prova lampante della “ragion rivoluzionaria” makarenkiana, il primo problema è di dovere intendere l’Ottobre come lo ha inteso e rappresentato lo stesso Makarenko nel suo mondo (a distanza ravvicinatissima e al tempo stesso sull’onda lunga della prospettiva). E non solo prendendo le mosse dal Poema pedagogico, la sua opera letteraria maggiore, per non allontanarsene; ma anche riscontrandone e approfondendone gli aspetti salienti negli altri scritti makarenkiani (narrativi, saggistici, teatrali, cinematografici, epistolari ecc.).

E, da un lato ̶ vi insisto ̶ senza oltrepassare i limiti del suo proprio modo di intendere l’avvolgente e coinvolgente avvenimento “rivoluzionario” allora presente e vivo; da un altro lato, inserendo sia Makarenko sia la Rivoluzione d’Ottobre nel nostro attuale contesto, comprendente tra l’altro le eventuali suggestioni fantasiose e/o fantascientifiche proprie e nuove dell’iperrealistico immaginario makarenkiano: magari provenienti, a monte, da quel certo “realismo magico” da Nikolaj Vasil’evič Gogol’ ad Aleksej Nikolaevič Tolstoj; e, a valle, da autori come Aleksandr Aleksandrovič Bogdanov (La stella rossa, 1912; L’ingegner Menni, 1913), oppure da Evgenij Ivanovič Zamjatin (Noi, 1924). Senza con ciò dimenticare, sul terreno della politica culturale e dell’educazione critica di massa, l’impostazione di Anatolij Vasil’evič Lunačarskij e la diuturna lezione (e protezione culturale) di Maksim Gor’kij… E senza escludere, in tale ambito, un possibile parallelismo con il bielorusso Mark Chagall (Vitebsk, 1920-1922)…

Ecco perché , in altri termini, le domande al centro dello stato dell’arte continuano ad essere queste: in che modo Makarenko ha narrato l’Ottobre, in forza della propria esperienza umana, del suo mestiere di educatore e al tempo stesso delle dimensioni romanzesche immaginate, dei personaggi da lui fatti vivere ben al di là dei prototipi cui si è ispirato, nella specificità dei loro autonomi ambiti individuali e nell’intreccio dialogico dei rispettivi e magari contrastanti punti di vista? C’è un contributo specifico che un filosofo e metodologo come Michail Michajlovič Bachtin può dare all’attuale ricerca, per intendere la prospettiva makarenkiana, dal punto di vista del pensiero dialogico, del romanzo di formazione, dell’homo homini magister?

  1. Le due prospettive pedagogiche

Certo è però che se la materia esistenziale e formativa dell’indagine, nelle pagine del Poema pedagogico, ha nell’Ottobre e nelle sue conseguenze fino a noi, e ben oltre, la sua pre-condizione storico-contestuale (soggiungerebbero Vygotskij e Garin), è tuttavia altrettanto fondato ritenere, per questa stessa ragione, che l’opera di Makarenko risulti oggi una fonte storica assai preziosa, direi insostituibile, per entrare nel cuore del problema, degli antefatti e degli sviluppi perfino avveniristici della Rivoluzione d’Ottobre.

Il romanzo-verità intriso di non bugiarde invenzioni d’autore è, da questo punto d’osservazione, una sorta di radiografia in differita ma con la lente d’ingrandimento dei fatti rivoluzionari accaduti e di quelli che lo scrittore Makarenko avverte come lì lì per accadere; e che viene illustrando con grande maestria secondo una duplice prospettiva: da un lato, nell’ottica della distanza ravvicinata delle vicende oggetto di narrazione e di conoscenza storica (la prospettiva al passato prossimo). E, da un altro lato, dalla eventualità dei fatti non ancora avvenuti, ma potenzialmente prossimi ad avvenire e virtualmente oggetto di un’azione educativa di frontiera, sostanzialmente sperimentale (nella prospettiva del futuro).

In una siffatta duplice dimensione prospettica, se la Rivoluzione d’Ottobre è nel Poema pedagogico un avvenimento del passato prossimo in atto (se così posso dire) e un oggetto di conoscenza e di riflessione sul presente storico di cose già successe in un certo spazio e in un determinato tempo (Res gestae), il Poema pedagogico non sembra avere dismesso l’abito genuino di una sorta di filologia vivente e in crescita: e, dunque, di una materia narrativa in formazione, pronta ad inserirsi interattivamente nel nostro contesto (Historia rerum gestarum). E non penso soltanto ad un uso immediatamente “pratico” del Poema pedagogico in ambienti per così dire naturalmente predisposti e tecnicamente predestinati (carceri minorili e altri ambiti reclusivi).

Penserei invece, anche e soprattutto, ad una straordinaria, proficua fruizione didattica della pedagogia antipedagogica di Makarenko in qualsiasi ambito scolastico planetario odierno, dalle scuole medie all’università…

  1. Gramsci versus

Come se la prospettiva pedagogica makarenkiana degli anni Venti, diciamo pure in corpore vili nelle colonie di rieducazione “Gor’kij”, “Trepke” e “Kurjaž”, riuscisse ad essere la migliore delle conferme e delle spiegazioni “in diretta” delle “novità” epocali introdotte nella storia dalla Rivoluzione d’Ottobre con le parole di Antonio Gramsci nel celebre articolo La rivoluzione contro “Il Capitale” (uscito sull’“Avanti!” del 24 novembre 1917 e ristampato su “Il Grido del Popolo” del 5 gennaio 1918). Parole che sono già, per un verso, l’attestazione in fieri di un salto storico di qualità, nell’effettiva, vivente realtà di un’“accumulazione originaria della pedagogia socialista” (György Lukács e, prima, Nikolaj Ivnovič Bucharin). Questa infatti la tempestiva descrizione di Gramsci, tre anni prima che la vicenda raccontata nel Poema pedagogico prendesse il via; otto anni prima che Makarenko cominciasse con sistematicità la stesura del suo “grande affresco” (Lucio Lombardo Radice).

Gramsci 1917:

«I fatti hanno superato le ideologie. I fatti hanno fatto scoppiare gli schemi critici entro i quali la storia della Russia avrebbe dovuto svolgersi secondo i canoni del materialismo storico. I bolscevichi […] [in conformità di ciò che lo stesso Karl Marx aveva dichiarato una volta di se stesso] non sono “marxisti”, ecco tutto; non hanno compilato sulle opere del Maestro una dottrina esteriore di affermazioni dogmatiche e indiscutibili. Vivono il pensiero marxista […][come un pensiero che] pone sempre come massimo fattore di storia non i fatti economici, bruti, ma l’uomo, ma la società degli uomini, degli uomini che si accostano fra di loro, si intendono fra loro, sviluppano attraverso questi contatti (civiltà) una volontà sociale, collettiva, e comprendono i fatti economici e li giudicano e li adeguano alla loro volontà, finché questa diventa la motrice dell’economia, la plasmatrice della realtà oggettiva, che vive, e si muove, e acquista carattere di materia tellurica in ebollizione, che può essere incanalata dove alla volontà piace».

Il Poema pedagogico è in questo senso oggettivamente, strategicamente, la risposta positiva a ciò che la nuova situazione rivoluzionaria nata dall’Ottobre esige nell’immediato: un umanissimo strumento di adeguamento della cultura di massa alla forma di potere plasmata dalla politica. È il laboratorio della volontà individuale che viene facendosi collettiva mediante innovazioni sociali “reali” ed “inedite”, all’altezza del portato egemonico dalla Rivoluzione politica effettivamente in atto, dove c’è ancora quasi tutto da inventare, molto moltissimo da sperimentare sul campo, tutto da mettere e da rimettere rischiosamente in discussione secondo l’antico adagio, che fatta la Rivoluzione, occorre fare i rivoluzionari.

Create le condizioni di una pedagogia socialista, bisogna che una pedagogia socialista possa dare i sui frutti che, per quanto necessariamente acerbi, arrivino a maturazione. E questo, alla luce del principio di “senso comune”, ma difficile da tradursi in “buon senso”, che mentre nella fase della lotta per l’egemonia si sviluppa la scienza della politica, nella fase statale tutte le superstrutture devono svilupparsi, pena il dissolvimento dello Stato (Gramsci in sintonia con Bucharin).

Basta rileggere con attenzione il Poema pedagogico, dal primo capitolo all’epilogo, per avere immediatamente un saggio dei termini di questa dialettica. Perché – scrive Makarenko nel Poema, quasi affiancando Vygotskij ̶ “Non c’è scienza più dialettica della pedagogia”. Giacché proprio Vygotskij, tra la fine degli anni Venti e i primi anni Trenta, insiste a più riprese sull’idea che l’arte nella vita di un singolo uomo, e a maggior ragione di un collettivo, sia un’eminente concentrazione di tutti i processi biologici e sociali dell’individuo nella vita associata, e un mezzo per ristabilire l’equilibrio fra l’uomo e il mondo nei più critici e responsabili momenti della vita (cfr. Psicologia dell’arte, 1925, trad. it. Roma. Editori Riuniti, 1972, passim).

Mentre il Makarenko personaggio del Poema pedagogico, quando un interlocutore vorrà sapere di più delle colonie da lui dirette: “Dica, avete degli scrittori o dei pittori?”, risponderà: “Certo che sì, avevamo scrittori e pittori. Nessun collettivo può fare a meno di questi elementi… Senza di loro non si può fare nemmeno un giornale murale. Ma devo purtroppo ammettere che nessun gor’kiano è diventato scrittore o pittore; e non per mancanza di talento, ma per altre ragioni: perché la vita li afferrava subito con le sue esigenze pratiche quotidiane” (Poema pedagogico, cit., p. 558).

Quasi a dire che (senza cambiare discorso, tutt’altro!), se l’interlocutore di ieri sul Poema pedagogico, inteso esso stesso come buona pratica formativa della Rivoluzione d’Ottobre 1917-2017, trova la risposta che Makarenko era in grado di dargli, a metà degli anni Trenta del Novecento, noi disponiamo ora dei prossimi cento anni per misurare e valutare la distanza che oggi ci separa da quella temperie rivoluzionaria e fare i conti con ciò che osta alle pure e semplici riforme volute dalla legge… Peccato che la vergogna non sia un parametro della politica!

Per fare un solo esempio, come la mettiamo con l’applicazione della lettera degli articoli 2, 3, 27, 33 e 34 della Costituzione italiana, la più bella costituzione del mondo? Che farsene, dunque, della Rivoluzione d’Ottobre e dei suoi centenari e dell’indotto di democrazia reale che da essa abbiamo ereditato e trasmesso? E di noi stessi, del Poema pedagogico e dell’altissimo esempio di bellezza e moralità e politica-culturale che rappresenta per tutti gli uomini, che cosa continuare a pensare? E dei nostri più frustrati pensieri democratici e costituzionali ricorrenti e pressanti, che tanto dovranno in prospettiva anche e forse soprattutto alle buone pratiche formative del Poema pedagogico e che dell’Ottobre, direttamente e/o indirettamente sono figlie, che cosa ne ricorderanno i nipoti e i pronipoti?

«È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese (art. 3). La responsabilità penale è personale […] Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato (art. 27). L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento […] (art. 33). La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto».