Officina dei saperi | Sulla questione abitativa
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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Sulla questione abitativa

di Gaetano LAMANNA –

Esiste una marcata contraddizione tra l’area sempre più vasta e diversificata del disagio abitativo e, di contro, politiche di welfare che non contemplano il problema dell’abitare. La questione o viene ignorata o è affrontata come questione di ordine pubblico, com’è successo a Roma di recente con lo sgombero dei profughi eritrei accampati in un palazzo di piazza Indipendenza o come avviene quotidianamente con l’esecuzione di una miriade di sfratti. La categoria dell’ “illegalità”, con cui una certa politica e i mezzi d’informazione sono soliti trattare (o meglio liquidano) l’argomento, non dà conto delle difficoltà e delle sofferenze di chi non ha un tetto sopra la testa e un letto in cui dormire, ma non rende giustizia nemmeno alla creatività e all’innovazione di chi vive l’esperienza di “occupanti”. Infatti di fronte alle clamorose inadempienze del governo e delle istituzioni locali, impotenti e incapaci a dare una risposta a bisogni reali, vi sono una serie di tentativi di trovare soluzioni alla mancanza di un alloggio.

In particolare, voglio segnalare un’esperienza che considero positiva. A Roma, a via di Santa Croce in Gerusalemme, l’ex Inpdap è occupata, da almeno tre anni, da 150 famiglie italiane e straniere. C’è stato un notevole lavoro di auto-recupero per adattare i vecchi uffici in piccoli e medi appartamenti. Poi, nel piano sotterraneo dove c’era l’auditorium e diversi saloni per conferenze e riunioni, si sono creati locali di ristorazione, sale per concerti o per mostre, si svolgono attività di cineforum e di presentazione di libri, c’è una sala dove si insegna tango, c’è un laboratorio di serigrafia, un altro di falegnameria, nel quale un peruviano crea o ristruttura tavoli, armadi, sedie e mobili in genere. Nel cuore della città si sta sperimentando un modo nuovo di intendere l’abitare, i servizi condominiali e alla domiciliarità. Si è creato uno spazio di co-working in un rapporto aperto con i residenti del quartiere. Che cosa c’è di “illegale” in tutto questo?

Facendo un parallelo storico che potrebbe sembrare azzardato, i movimenti degli occupanti sono paragonabili ai contadini poveri che, nel dopoguerra occupavano le terre incolte o mal coltivate dei latifondisti. Nel latifondo si annidava la rendita fondiaria. In un contesto mutato, negli edifici inutilizzati o abbandonati si annida la rendita urbana, anche quella assenteista. Gli occupanti di oggi sono l’avanguardia della lotta alla rendita, da cui passa gran parte della politica redistributiva.

La rendita immobiliare non è un concetto astratto, ma è la causa prima di un rapporto malato tra casa e territorio, come frane, alluvioni e terremoti dimostrano. Gli interessi congiunti di proprietari fondiari, imprese di costruzione e banche sono all’origine di un’espansione urbana incontrollata, di periferie degradate, di servizi inefficienti o inesistenti. Sono all’origine della carenza di alloggi pubblici, degli sfratti per morosità, delle abitazioni pignorate per l’impossibilità di onorare il pagamento del mutuo. In una parola, la rendita urbana ha, da un lato, falcidiato il reddito delle famiglie di ceto medio per il caro-casa, e dall’altro, ha generato un forte aumento del disagio e della povertà.

Il mio ragionamento, dunque, tende a escludere che si possa parlare di questione abitativa ignorando il ruolo e il peso della rendita in Italia. Vi sono studi della Banca d’Italia che spiegano come il declino industriale e produttivo dell’Italia sia andato di pari passo con la crescita impetuosa della rendita immobiliare, che solo dopo la crisi iniziata nel 2008 ha subito una relativa frenata. Basti pensare che l’ammontare complessivo annuo di stipendi e salari nel nostro paese (parliamo di cifre superiori a 400 miliardi di euro), da circa un ventennio a questa parte, è inferiore a quanto la rendita accumula ogni anno (Banca d’Italia). Ciò significa che c’è stato un colossale trasferimento di ricchezza dal lavoro alla rendita immobiliare e finanziaria. Mutui casa e canoni di locazione sono alcuni dei modi di questo trasferimento. La crescita delle diseguaglianze sociali in Italia è esattamente l’altra faccia della rendita.

L’impetuosa avanzata della rendita è andata di pari passo con la definitiva chiusura di quel welfare abitativo che pure aveva contraddistinto la politica italiana dagli anni Cinquanta agli anni Ottanta (il piano Fanfani, il piano decennale per l’edilizia – che ha prodotto un milione di alloggi Erp -, l’equo canone). Il 1998 è l’anno che segna lo spartiacque: si chiude il fondo Gescal, che aveva alimentato l’edilizia residenziale pubblica per circa un ventennio e con la legge 431 si regolamenta il mercato della locazione, con una liberalizzazione di fatto che produce una forte impennata negli affitti.

Al tempo stesso l’abbassamento dei tassi d’interesse, con l’approssimarsi dell’euro, favoriva e rendeva “conveniente” l’acquisto di un’abitazione anche a famiglie con reddito medio-basso. A parità di costo era meglio indebitarsi per diventare proprietari che rimanere in affitto. Fino al 2008, per far fronte alla crescente domanda si è costruito mediamente al ritmo di 300 mila unità abitative ogni anno. Cementificazione e consumo di suolo l’hanno fatta da padroni. Non si è esitato a massacrare ambiente e territorio. Il cosiddetto piano casa di Berlusconi del 2008 ha inaugurato poi una politica abitativa ispirata al laissez faire : “ognuno padrone a casa propria”. In pratica nessun sostegno al crescente disagio abitativo e crescita incontrollata dell’abusivismo.

Con una sostanziale continuità tra i governi di centro-destra e di centro-sinistra, negli anni del pensiero unico liberista, in Italia è stata dunque eliminata qualsiasi parvenza di welfare abitativo e si è alimentata e incentivata in tutti i modi la “casa in proprietà”. Si è creato così un forte squilibrio tra proprietà ed affitto: i proprietari che nel 1965 erano il 45% sono passati all’80% di oggi. Ciò è fonte di distorsioni nell’economia, nella società, nei consumi. L’asfittico mercato delle locazioni è quasi tutto in mano ai privati dopo la dismissione di quasi tutto il patrimonio abitativo degli enti previdenziali e di parte di quello gestito dagli ex Iacp.

Lo squilibrio tra offerta in proprietà e offerta in locazione – unito ai costi alti – è all’origine di fenomeni estesi di disagio, di precarietà e di esclusione abitativa. Le forme di lotta radicali, la radicalizzazione dei movimenti sono la conseguenza di un problema che non trova sbocchi attraverso i canali istituzionali. Ecco perché è riduttivo parlare di “emergenza abitativa”. Siamo in presenza, invece, di una “questione abitativa”, che è questione “strutturale”, con forti implicazioni sul reddito, sullo sviluppo, sull’ambiente, sulla crescita e sulla qualità urbana, sui rapporti sociali.

La chiave di volta per affrontare il disagio e le nuove domande abitative è dunque un cambio di paradigma, uno spostamento del baricentro delle politiche abitative dalla proprietà all’affitto. Riscoprendo il valore d’uso della casa. Mettendo in discussione la cosiddetta finanziarizzazione del mattone, che incorpora un’idea dell’abitare che è tutto “valore di scambio e poco o niente “valore d’uso”. Puntare oggi sull’affitto a un canone accessibile, comunque commisurato al reddito familiare, significa riscoprire il valore d’uso: l’abitazione come servizio alla famiglia. La casa a “geometria variabile”, adattabile, che cambia in base ai diversi percorsi di vita e di lavoro. Mano a mano che i componenti della famiglia aumentano o diminuiscono, vanno o tornano, studiano o lavorano (e magari capita più volte nella vita di ciascuno). Oggi, invece, rispetto a una domanda che richiede diverse tipologie di casa, anche di varia dimensione, con maggiori servizi condominiali e di quartiere, l’offerta è sempre la stessa, insufficiente, standardizzata, inadeguata. In una parola, rigida.

La cosa più assurda, infine, è che le politiche abitative non rientrino nei trattati europei. In epoca di globalizzazione, in una società caratterizzata da una continua circolazione di forza-lavoro, di studenti e da una forte pressione migratoria, l’UE non ha mai deliberato linee di indirizzo in materia abitativa. E’ una grave lacuna che, in particolare in Italia e in Spagna, ha avuto effetti negativi. Non a caso in questi due paesi vi è la percentuale di disoccupati giovani più alta d’Europa. Come documenta uno studio della Confindustria di qualche anno fa esiste una correlazione diretta tra disoccupazione e difficoltà alloggiativa. La rigidità del mercato delle abitazioni diventa un ostacolo insormontabile per la stessa mobilità del lavoro.

 

Gaetano Lamanna