Officina dei saperi | Perché il numero chiuso è illegale
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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Perché il numero chiuso è illegale

di Piero BEVILACQUA, da “eddyburg“, 23 ottobre 2012

Perché un giovane che in Italia voglia iscriversi all’Università deve incontrare così tanti sbarramenti in un numero oggi crescente di Facoltà? Non è sufficiente che egli paghi le tasse e poi affronti la severa selezione degli esami, vera “prova attitudinale” affrontata davanti a una commissione di docenti? Sostengono i propugnatori del numero chiuso che lo sbarramento agli ingressi alle nostre Università serve a garantire decenti standard di servizi agli studenti che superano i test. A onor del vero, da quando esiste il numero chiuso, che ormai da anni sta dilagando come una malattia , non mi pare che on Italia i servizi abbiano conosciuto un qualche visibile miglioramento. A tutti è noto che è accaduto esattamente il contrario e ciò a causa dei tagli lineari degli ultimi anni. Viene dunque facile e spontanea la replica: ma perché, se esiste una così vasta domanda della nostra gioventù, che preme sulle vecchie strutture universitarie, non si investe per ampliarle e ammodernarle ? Perché non si incrementano i servizi? Non lamentiamo un basso numero di laureati rispetto agli stati d’Europa? Non deve la classe dirigente di un grande Paese tentare di rispondere a una richiesta civilmente, economicamente e culturalmente importante di così tanti giovani? È il caso di rammentare che essi aspirano a un lavoro di qualità più elevata, che vogliono accedere alle professioni, che amano le scienze e le lettere e che per questa via rendono più prospero e civile il Paese?

A tale obiezione si risponde con un’altra più impegnativa argomentazione: per molti profili professionali (medici, veterinari, architetti, ecc) non esiste capacità di assorbimento da parte del mercato del lavoro e quindi non sarebbe giusto assecondare la tendenza spontanea dei giovani a intasarlo ulteriormente. È questa la risposta di apparente buon senso, che fa la stoffa del senso comune rassegnato oggi dominante. Essa appare ragionevole perché tessuta col filo del conformismo economicistico in cui si distilla la miseria culturale della nostra epoca.

Ma perché impedire a un giovane che voglia studiare medicina di accedere liberamente ai corsi, di misurarsi con le discipline, di affrontare gli esami con la propria preparazione, sbarrandogli ex ante la strada con dei quiz che a volte penalizzano persone dotate, rendendo talora impossibile il loro progetto di vita? Dopotutto, un giovane può aspirare a diventare medico perché vuole andare a praticare tale meritoria professione in Bangladesh o in Uganda, perché è nel suo progetto di vita svolgere un’attività lavorativa che abbia anche un’utilità sociale e non sia soltanto finalizzata al reddito. Non viviamo in un mondo globale? Non dobbiamo sentirci cittadini del mondo? Non gridano tutti ai quattro venti che i confini delle nazioni sono saltati? E allora perché questa nostra sedicente società liberale assicura la cittadinanza alle merci e non anche alle persone?

Ma c’è un’altra obiezione. Il giovane può voler studiare medicina perché sogna di fare il ricercatore in quel campo disciplinare, perché sente di possedere il talento e la vocazione. Perché sbarrargli la strada con un quiz cervellotico, che può definitivamente compromettere le sue legittime aspirazioni? Non è importante favorire la ricerca scientifica, l’ingresso di giovani intelligenze in questo ambito fondamentale della conoscenza? Non troviamo scritto dappertutto, fra poco anche sui muri delle osterie di paese, che la ricerca aiuta la crescita?

Ma esiste un’altra e più dirompente obiezione, che, a mio avviso, mostra alla radice l’incostituzionalità del numero chiuso e la vocazione autoritaria delle società neoliberiste. Percorrere, con lo studio, i curricula universitari per diventare medico, veterinario, architetto, (ma anche chimico o ingegnere) ecc. non significa semplicemente impossessarsi di un insieme di tecniche per poi svolgere un mestiere. Questo è quel poco che riescono ad afferrare gli economisti neoliberisti. Studiare le discipline scientifiche, che portano alla fine alla professione, costituisce un processo formativo rilevante, non dissimile da quello che compiono i giovani nelle facoltà umanistiche. Per diventare medico o architetto occorre studiare matematica, chimica, urbanistica, ecc, ma questo significa acquisire conoscenza, farsi una visione del mondo. Nell’accedere a una professione, che non si esaurisce nell’apparato delle sue tecniche specialistiche, si conquista dunque una rilevante fisionomia e ruolo intellettuale, un potenziamento della personalità, una dotazione culturale che arricchisce l’intera società.

Come si può impedire agli individui di perseguire un simile percorso di umana emancipazione, base fondamentale della nostra civiltà? Non è evidente che una società la quale subordina la formazione e il destino sociale degli individui alle condizioni del mercato del lavoro è una società apertamente illiberale, che inchioda i singoli nelle caselle delle strutture economiche esistenti? Non appare chiaro come la luce del sole che essa non pone gli individui nelle condizioni di superare i limiti dell’esistente, ma li subordina a questi? Quale sforzo mentale è necessario per comprendere che questi sbarramenti sono dunque le avvisaglie di una programmazione autoritaria dei destini sociali e culturali delle persone?

È il caso di osservare che tale posizione è l’esatto rovesciamento del messaggio di libertà individuale che i neoliberisti vanno propagandando da decenni in ogni canto di strada. Come si spiega un tale paradosso? La risposta indiretta ce l’ ha data da tempo Milton Friedman, uno dei padri fondatori del neoliberismo, che ha dedicato particolare attenzione al nesso fra scuola e mercato del lavoro. In un testo del 1980, Liberi di scegliere, scritto insieme alla moglie Rose, egli lamentava esplicitamente: «in un paese come l’India, una classe di laureati che non trovano il lavoro che ritengono adatto al loro livello di istruzione, è stata fonte di agitazioni sociali e di instabilità politica. Dunque la disoccupazione intellettuale è politicamente pericolosa, genera movimenti sociali, danneggia l’economia. Occorre perciò scoraggiarla. O quanto meno bisogna neutralizzarla. In Italia l’attuale ministro dell’Istruzione e dell’Università – e con lui l’intero sistema dei media – svolge tale compito attraverso l’ideologia del merito: uno stratagemma ideologico per far sentire le centinaia di migliaia di giovani pur bravi e preparati, che non passano i test, che non superano i concorsi, che non trovano un dignitoso posto di lavoro, immeritevoli di raggiungere quell’obiettivo. Le vittime devono sentirsi, malgrado il merito già conseguito, responsabili del loro fallimento, messi nella condizione di non poterlo addebitare ad altri che a se stessi. In realtà, è ormai evidente che il capitalismo oggi non è in grado – con la presente organizzazione del lavoro – di offrire occupazione al numero crescente di lavoratori intellettuali che esso stesso produce. Perciò cerca di filtrare una élite ristretta, la più “produttiva” possibile, in grado di incrementare la valorizzazione del capitale.

Il resto deve rimanere fuori, a pascolare nei campi angusti e affollati della precarietà e della marginalità. La nostra società tende a organizzarsi per l’inclusione dei pochi – quelli strettamente necessari – e l’esclusione dei più. Ma ha bisogno, per ovvie ragioni politiche, di camuffare in qualche modo questo spreco gigantesco. Ed ecco a tal fine correre in soccorso politici, rettori, economisti, giornalisti, docenti universitari, che alzano le fitte cortine fumogene dell’ideologia del merito. Ma se si diradano le nebbie, in Italia appare ormai evidente che una oligarchia di anziani, asserragliata nei propri bastioni , sta sparando a pallettoni contro i propri figli e nipoti.