Officina dei saperi | La città come opera d’arte collettiva. Spazio e politica secondo Henri Lefebvre
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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La città come opera d’arte collettiva. Spazio e politica secondo Henri Lefebvre

di Peppe ALLEGRI, da “OperaViva”, 11 giugno 2018

Pubblichiamo un commento alla nuova traduzione del libro di Henri Lefebvre Spazio e politica. Il diritto alla città II (Ombre Corte, 2018), introdotta e curata da Francesco Biagi, di cui abbiamo già segnalato la presentazione a Roma.

Siamo nella rigogliosa diffusione temporale del lungo 1968, con Spazio e politica. Il diritto alla città II di Henri Lefebvre, molto opportunamente di nuovo tradotto e prefato da Francesco Biagi per Ombre Corte: raccolta di saggi del 1972 che integra il precedente Il diritto alla città, uscito appunto nel pieno del ’68 francese e globale.

La grande festa Comune

Henri Lefebvre (1901-1991) non ha bisogno di presentazioni, poiché è un assai noto, poliedrico studioso e intellettuale, geografo, urbanista e filosofo, di quel lungo «secolo breve», che egli attraversa quasi per intero, soprattutto nella sua culla centrale, in rapporto vitale e polemico, come fare altrimenti del resto, con quei rissosi visionari dell’Internazionale Situazionista di Guy Debord & co. Perché, dopo la fuga dal Partito Comunista Francese (1958), è con loro, tra bar, attraversamenti, derive e «situazioni» metropolitane, che Lefebvre percepisce la vitalità da recuperare nelle città, a partire da una «comune» rilettura della Comune parigina della primavera 1871. Forse sottovalutando la necessità di risalire al droit de cité comparso già nel ciclo precedente, quasi un secolo prima, subito dopo il 1789, per allargare la cittadinanza a tutti gli esclusi dall’antico regime, minacciati anche dal nuovo ordine, nell’inventare inedite istituzioni di autogoverno, con tensioni che precipitarono in ben più tragiche liti e mortiferi conflitti, da Condorcet a Robespierre.

E così dobbiamo ad Henri Lefebvre (La Proclamation de la Commune, 1965), in dialogo con i Situazionisti che invero lo accuseranno di saccheggio dei «loro» testi collettivi (IS, n. 10, marzo 1966, p. 75), la descrizione della Comune parigina come festa permanente, anzi così recitava la seconda delle quattordici tesi contenute nel volantino dell’IS del febbraio 1963, Nelle pattumiere della storia:

La Comune è stata la più grande festa del XIX secolo. Alla base di essa si trova la convinzione degli insorti di essere divenuti padroni della loro propria storia, non tanto al livello della decisione politica «governativa», quanto invece a livello della vita quotidiana, in quella primavera del 1871 (per esempio il gioco di tutti con le armi; il che significa giocare con il potere). È anche in tal senso che bisogna capire Marx: «la più grande misura sociale della Comune è stata la sua esistenza in atto».

Il prisma della Comune torna centrale anche nelle pagine finali proprio di Spazio e politica(p. 137), come potenza dispiegata nella vita quotidiana per la riappropriazione di spazi, autogoverno, festa, da parte di quelle classi operose e pericolose (per dirla con Louis Chevalier), espulse dal centro vitale di una città svuotata e neutralizzata dalla rendita fondiaria e finanziaria:

La Comune di Parigi può essere interpretata alla luce delle contraddizioni dello spazio, e non solo a partire dalle contraddizioni del tempo storico (patriottismo delle masse e disfattismo delle classi dirigenti). Fu una risposta popolare alla strategia di Haussmann. Gli operai, cacciati verso i quartieri e i comuni periferici, si riappropriarono dello spazio da cui il bonapartismo e la strategia del potere politico li aveva esclusi. Tentarono di riprenderne possesso, in una atmosfera di festa (guerriera, ma radiosa).

Dall’antico regime feudale delle terre, al neo-feudalesimo finanziario dello spazio urbano

Qui Lefebvre parla ancora a noi, in quelle importanti pagine dove l’analisi dell’origine feudale della proprietà del suolo, edificato e non edificato, si lega alla successiva capacità del capitalismo finanziario di mobilitare la ricchezza fondiaria e immobiliare (p. 62). «Questo tipo di processo viene ora accelerato e diventa proprietà capitalistica dello spazio intero» (p. 124), in una dimensione urbana dove la nuda terra, il terreno, sempre meno edificabile in prossimità di centri cittadini già troppo edificati, è sfruttato dalla rendita immobiliare e finanziaria in una rincorsa tra speculazione e nuova, artificiale, «economia della scarsità» di tutti quei beni e risorse un tempo abbondanti e comuni: terra e spazio, appunto, ma anche aria, acqua, «e perfino la luce?».

Oltre quaranta anni dopo queste parole, Ilaria Agostini ed Enzo Scandurra indagano nel loro recente volume Miserie e splendori dell’urbanistica (DeriveApprodi, 2018) il fallimento dell’urbanistica intesa come pianificazione inclusiva in favore delle cittadinanze, dinanzi alla mercificazione dello spazio pubblico e al vertiginoso consumo di suolo. Processo rispetto al quale è forse necessario tornare a scandagliare le quotidiane buone pratiche emancipatrici diffuse nei territori per l’affermazione di un «diritto alla città» inteso come progetto utopico e quindi possibile, perché, nota ancora Lefebvre, «chiamo utopico, opponendolo a utopistico, ciò che non è possibile oggi, ma che potrebbe esserlo domani» (p. 131), ma è già in atto nella vita quotidiana di porzioni magari piccole e minoritarie di una società complessa e frammentata.

Il diritto alla/della città intesa come opera d’arte collettiva

Questi spunti possono tornare utili anche per innescare un mutamento nell’attuale dibattito europeo e globale sul «diritto alla città» che, dentro la retorica dell’Urban Age, è forse troppo sordamente diviso tra i fautori di Rebel Cities (per dirla con David Harvey) e una visione amministrativistica del Droit de la Ville da tempo riproposta dal giuspubblicista Jean-Bernard Auby (Droit de la Ville. Du fonctionnement juridique des villes au droit à la Ville, 2013). E in questo senso è forse da intendersi un recente intervento di Salvatore Settis (Come è bella la città di qualità, in «Il Sole 24 ore», domenica 3 giugno 2018) che invita a pensare il diritto alla città come «riflessione sulla città storica» e al contempo «vivo scenario di una democrazia futura» nella quale realizzare quella «rigenerazione urbana» legata a filo doppio alla «rigenerazione umana».

È la scommessa di pensare e praticare il diritto alla/della città non tanto come nuovo diritto amministrativo «partecipato», in un’ottica sussidiaria tra alto e basso, società e istituzioni, centro statuale e periferie locali, ma come occasione per ripensare la dimensione spaziale di autogoverno delle cittadinanze in modo scalare, valorizzando quella che da sempre sosteniamo, con Richard Sennett, sia «l’essenza della cultura urbana, cioè la possibilità di agire insieme senza dover essere necessariamente identici» (Il declino dell’uomo pubblico, 1982, p. 316).

E Lefebvre ci invita a immaginare la città come stratificata opera d’arte (p. 71), per rendere possibile l’impresa collettiva e intergenerazionale di «invenzione artistica di un’altra città»,come ci è capitato di scrivere, con la mente e il cuore alle possibilità sopite di una ennesima rinascenza urbana: spazio politico dove tornare a sperimentare progetti comuni di libertà, solidarietà e condivisione tra i molti.