Officina dei saperi | Diritto di resistenza e nuove forme di lotta
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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Diritto di resistenza e nuove forme di lotta

di Ignazio MASULLI*

Il diritto di resistenza è riferibile ad azioni di disobbedienza a leggi ritenute ingiuste o di rivolta contro forme di sopruso e oppressione insopportabili.

Tra gli esempi storici più significativi vanno ricordate le lotte contro le giurisdizioni d’Ancien Régime che contrassegnarono la formazione dello stato moderno, a cominciare dalla rivoluzione francese e proseguite con le altre rivoluzioni liberal-democratiche di primo Ottocento. In esse il diritto di resistenza svolse un ruolo addirittura costituente.

Considerazione analoga può essere fatta per le lotte d’indipendenza, a cominciare da quella che portò alla nascita degli Stati Uniti d’America e le altre che segnarono la fine del giogo coloniale in America Latina. Non c’è bisogno di sottolineare che l’intreccio tra lotte contro la dominazione straniera e l’affermazione di nuovi ordinamenti costituzionali caratterizzò il Risorgimento italiano e le altre rivoluzioni democratiche nell’Europa dell’Ottocento. Il che vale, evidentemente, anche per le successive lotte di liberazione contro il dominio coloniale delle potenze europee in Asia e Africa.

Un altro versante sul quale il diritto di resistenza fu rivendicato con conseguenze   non meno importanti riguardò l’insorgere della conflittualità sociale e di massa che si verificò nei maggiori paesi europei alla fine dell’Ottocento di fronte ai pesanti costi sociali della più decisa trasformazione capitalistica dell’agricoltura e della seconda fase della rivoluzione industriale. Di fronte a nuove contraddizioni che spesso s’intrecciavano a precedenti forme di sfruttamento sommandosi ad esse, molte migliaia di lavoratori e lavoratrici sfidarono le leggi vigenti e subirono dure repressioni. I loro scioperi erano considerati veri e propri atti di sovversione contro le legislazioni vigenti. Le leghe di resistenza e le altre forme di auto-organizzazione sindacale e politica che furono strumento e risultato, insieme, di quelle lotte erano considerate dai governanti corpi estranei all’ordinamento e formazioni antistatali.

Eppure le lotte di quelle centinaia di migliaia di donne e uomini in Europa e, in misura più limitata, negli Usa segnarono il loro definitivo passaggio dalla condizione di subalterni a quella di cittadini consapevoli dei loro diritti ed in grado di rivendicarli. I nuovi sindacati generali e i primi partiti socialisti che si affermarono nei maggiori paesi europei tra la fine degli anni ’80 dell’Ottocento e i primi del Novecento rappresentarono, in effetti, l’inizio di nuove forme dell’organizzazione sociale e politica destinate a durare e riprodursi, pur con varianti, per tutto il secolo successivo.

Per non dire del rovesciamento dell’ordine esistente attuato con la rivoluzione russa.

Col nome Resistenza ricordiamo e celebriamo la lotta di liberazione contro fascismo e nazismo che fece da base alla ricostruzione democratica del II dopoguerra nel nostro e in altri paesi europei.

Com’è noto, dopo la II guerra mondiale giunse a compimento la rivoluzione cinese e si concluse l’altra grande lotta d’indipendenza in India. Anche nei due più grandi paesi del mondo, al di là della grande differenza esistente tra azione armata in un caso e forme di lotta non violenta nell’altro, il fattore decisivo consistette nella consapevolezza di grandi masse popolari di battersi contro una condizione ingiusta ed oppressiva.

Molti altri esempi hanno riguardato diversi contesti e periodi dell’età contemporanea.

Oggi il diritto di resistenza si ripropone nei confronti di una nuova dittatura economica e politica.

La ristrutturazione tardocapitalista degli ultimi quarant’anni ha compattato un blocco di potere dominante mai così forte ed esteso su scala internazionale. Esso esercita il proprio dominio nel modo più utilitario, unilaterale e irresponsabile.

Ha sottratto di fatto la possibilità di rivendicare e affermare i nostri diritti di cittadinanza politica e sociale. Ci ha ridotti da cittadini a meri consumatori e, come tali, assoggettati agli interessi economici dominanti; nonché conformati ai sistemi di vita più rispondenti a quegli stessi interessi.

Ma in questo risiede anche una delle maggiori debolezze della mega-macchina. Infatti è possibile usare lo strumento del consumo come arma nella lotta contro il sistema.

Non c’è dubbio che il fronte più difficile, ma per molti versi decisivo, riguarda la lotta per la difesa dei diritti più elementari delle persone che emigrano per sfuggire a guerre, povertà e cercare di costruirsi una vita migliore. Ignorare o addirittura contrastare diritti fondamentali come questi significa far venir meno le basi politiche e morali per qualsiasi altra rivendicazione.

Sappiamo bene che si tratta di contrastare le politiche di sostanziale chiusura praticate in vari modi e misure, nonché velate dalle più diverse mascherature da parte dei governanti i paesi più ricchi dell’area euro-atlantica, che sono le principali mete dei flussi migratori attuali. Politiche peraltro sostenute dalla stessa l’Unione europea, al di là d’ipocriti balbettii e finte aperture. Né è un caso che i suddetti governi e istituzioni dirottino i sentimenti d’insicurezza e malessere sociale di gran parte delle popolazioni verso una supposta minaccia esterna rappresentata dai migranti. E’ questo il modo più semplice e comodo di mascherare le responsabilità di politiche economiche e sociali del tutto asservite agli interessi dei gruppi dominanti e che sono l’unica vera causa del peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita patite dalla maggioranza dei governati.

La lotta è, dunque, particolarmente difficile ed incerta. Ma questo è il salto da compiere: l’alternativa è tra una chiusura del tutto conservatrice in difesa dell’ordine esistente e dei privilegi consolidati oppure l’apertura alle nuove popolazioni e ai mutamenti demografici, economico-sociali, politici e culturali di cui sono portatrici. Il che comporta un’apertura più generale ai cambiamenti di cui hanno bisogno per prime proprio le popolazioni autoctone.

E’ chiaro che per rispondere ai bisogni degli uni e degli altri occorre un mutamento profondo nelle politiche perseguite negli ultimi decenni e che ci hanno condotto alla stagnazione economica, alle crescenti diseguaglianze sociali e assenza di alternative in cui le nostre società stanno soffocando.

Come dimostrano gli esempi storici citati all’inizio è a questi punti di svolta che si impongono lotte decisive, lotte di resistenza contro un ordine prepotente, unilaterale e ingiusto. In altri termini, il diritto di resistenza comporta la pratica di nuove forme di lotta, capaci di riproporsi in modo sistematico e durevole. Lotte che possono concretizzarsi in azioni di disobbedienza civile, in varie forme di sabotaggio ben mirate e proprio per questo capaci di guadagnare consensi e sfidare il potere dei gruppi dominanti.

Lo stesso vale anche, e congiuntamente, nella lotta contro la sfrenata mercificazione del lavoro e della natura di cui questi potentati si sono resi responsabili e che hanno spinto fino a condizioni limite nell’ultimo trentennio, quando hanno agito liberi da qualsiasi controllo e freno.

Negli anni passati vi sono state numerose campagne di sabotaggio dei prodotti di multinazionali che sfruttano il lavoro infantile in condizioni intollerabili. Varie campagne hanno riguardato inquinamenti e disastri ambientali causati da grandi compagnie petrolifere e altre.

Sono state campagne importanti per sensibilizzare l’opinione pubblica, ma non bastevoli a determinare inversioni di tendenza.

Perché si possano ottenere cambiamenti effettivi e duraturi è necessario che azioni di boicottaggio siano concepite come strumenti primari della conflittualità sociale e politica.

Per quanto riguarda il lavoro, ad esempio, occorre sabotare le imprese che delocalizzano in paesi a basso costo di manodopera e farlo ogni volta che ciò provoca chiusura di stabilimenti e perdita di posti di lavoro, ancorché la loro produzione sia in attivo. Se gli obiettivi sono ben mirati e perseguiti con tenacia tale da risultare raggiungibili, almeno in parte, il consenso è destinato a crescere e ad allargarsi oltre i gruppi più direttamente interessati. Com’è accaduto nelle esperienze storiche più significative, la lotta trae forza da se stessa, dalla sua coerenza e tenacia.

Là dove il boicottaggio di determinati prodotti non sia sufficiente, occorre prendere a bersaglio strumenti e scelte funzionali a pratiche di cattiva concorrenza basate su fusioni o acquisizioni più o meno forzate da parte delle multinazionali. Il che avviene in una continua rincorsa al massimo di concentrazione tecnico-produttiva e finanziaria. Una rincorsa le cui conseguenze comportano un restringimento del tessuto produttivo di interi comparti con pesanti ricadute sull’occupazione.

L’arma del boicottaggio dei prodotti può essere affiancata da altre forme di sabotaggio volte a colpire passaggi nodali della catena di valorizzazione del capitale. Ad esempio è possibile sabotare cicli produttivi, anche parziali, affidati dall’azienda madre ad imprese subordinate o affiliate, sapendo che esse sono scelte sulla base di prestazioni più competitive rispetto a quelle di aziende loro omologhe che lavorano per holding concorrenti.

Non c’è dubbio che nuove e più radicali forme di lotta per il lavoro, la difesa dell’ambiente e politiche economico-sociali che predispongano all’accoglienza dei nuovi flussi migratori innalzano il livello dello scontro politico.

Boicottaggio di prodotti e metodi di produzione, azioni di disobbedienza civile comportano, oggi come nel passato, la contestazione di leggi vigenti. La possibilità d’intraprendere azioni di questo genere dipende essenzialmente dal fatto che gli obiettivi siano indicati chiaramente alla popolazione e ne interpretino i bisogni effettivi, in modo che l’azione risulti efficace e riscuota i consensi più ampi. In definitiva, è su questa base che l’esercizio del diritto di resistenza trova la sua legittimazione.

* ricevuto in redazione il 16 giugno 2017. Lo scritto qui presentato riprende e amplia i temi dell’articolo Globalizzazione, impariamo a opporci con il boicottaggioapparso su “il manifesto” il 31 maggio 2017.