Officina dei saperi | Charles Boycott (1832-1897)
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
1735
post-template-default,single,single-post,postid-1735,single-format-standard,ajax_fade,page_not_loaded,,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-3.2.2,wpb-js-composer js-comp-ver-4.12,vc_responsive

Charles Boycott (1832-1897)

di Giorgio NEBBIA, da “La Gazzetta del Mezzogiorno”, 29 marzo 2003

Una delle forme con cui una parte del movimento pacifista si è espressa in forma nonviolenta, in queste ultime settimane, è stata la proposta di “boicottare”, cioè di non comprare, le merci delle compagnie “americane”, considerate più o meno direttamente coinvolte con l’invasione dell’Iraq. Del resto nelle stesse settimane negli Stati uniti c’è stato un movimento di boicottaggio di alcune merci francesi come protesta contro la mancanza di solidarietà della Francia all’intervento anglo-americano nella stessa guerra. Al punto che alcuni venditori americani hanno modificato il nome delle patate fritte, che in inglese si chiamano “French fried potatoes”, cioè patatine fritte “alla francese”, togliendo il riferimento alla Francia.

Il boicottaggio è una forma di protesta nonviolenta rivolta a toccare l’avversario nell’unica cosa che (per lui) conta, le merci e i soldi. Il nome stesso risale ad un certo “colonnello” Charles Boycott (1832-1897), amministratore delle terre irlandesi dell’inglese Lord Erne; nel suo grande zelo Boycott esigeva dai contadini degli affitti troppo esosi che li condannavano ad una continua miseria. Alla fine i contadini si sono ribellati, nel 1880, e hanno smesso del tutto di pagare l’affitto. L’evento ha avuto grande risonanza, al punto da far associare a Boycott il nome di questa forma di resistenza civile ad un sopruso. Del resto il non comprare le merci di un avversario non è una pratica nuova.

Solo per restare a tempi relativamente recenti: dopo l’occupazione dell’Asia minore da parte dei Turchi dell’Asia minore e delle relative miniere di allume, materia indispensabile per la concia delle pelli e la tintura dei tessuti, il papa Paolo II emanò, nel 1465, un anatema “merceologico” che vietava ai cristiani, pena la scomunica, di acquistare allume turco. Il peccato era così grave che la scomunica era esclusa da quelle condonabili a pagamento, secondo l’indulgenza di Leone X del 1517 (quella famosa che indusse l’indignato Lutero ad appendere, nello stesso anno, alle porte della chiesa di Wittenberg le 95 tesi da cui nacque la Riforma protestante). Nel secolo successivo i papi, nel cui territorio si trovavano le saline di Cervia, vietavano l’importazione del sale nel loro regno; il divieto fu emanato da Giulio III nel 1553, fu rafforzato, con pena di scomunica, dalla bolla di Gregorio XIII nel 1577, fu confermato, con pene in denaro, ma senza più scomunica, da Clemente VIII nel 1597. La stessa indipendenza americana cominciò proprio con una serie di atti di obiezione di coscienza merceologica, a partire dal 1770, nei confronti delle merci inglesi vendute in America in condizioni di monopolio e a caro prezzo.

Si potrebbe scrivere un intero libro sul boicottaggio delle merci per motivi etici o politici; in genere viene praticato per rivendicare in forma nonviolenta, qualche diritto negato dalla maggioranza che detiene il potere, toccandola, appunto, nei soldi. Il grande movimento per l’integrazione degli afroamericani nel Sud degli Stati Uniti partì, nel 1955, con un grande rifiuto di usare i mezzi di trasporto della cittadina di Montgomery, nell’Alabama, dopo che la società dei trasporti aveva impedito ad una cittadina di colore, Rosa Parks, di sedere nei sedili riservati ai bianchi. Gli afroamericani per oltre un anno si rifiutarono di usare gli autobus gettando sul lastrico la compagnia che li gestiva. Nello stesso tempo fu avviata, da un vasto movimento guidato dal reverendo Martin Luther King una causa contro la segregazione fra neri e bianchi; la segregazione alla fine, il 20 dicembre 1956, fu dichiarata illegale dalla Corte suprema degli Stati Uniti.

Anche le grandi potenze mondiali praticano azioni di boicottaggio merceologico; gli Stati uniti boicottano i prodotti europei come vini, latticini, salumi, quando ritengono che i paesi produttori pratichino dei dazi che danneggiano la loro economia. In Italia la pratica del boicottaggio merceologico e economico non ha mai riscosso molta attenzione, anche se esiste tutto un sottile e attivo movimento per indurre i consumatori più impegnati sul piano etico a non comprare merci provenienti da paesi o da imprese che non rispettano i diritti dei lavoratori o i diritti civili o che danneggiano la natura o l’ambiente. Ci fu una purtroppo breve campagna contro le pellicce ottenute con l’uccisione di animali spesso in via di estinzione.

Più recentemente è stato avviato un boicottaggio dell’olio di palma, come protesta per il fatto che la coltivazione intensiva della palma nel sud-est asiatico avviene distruggendo parte delle foreste tropicali, importanti per gli equilibri ecologici. Una rete di “botteghe” per il commercio “equo e solidale” propone l’acquisto di prodotti provenienti da imprese o cooperative agricole, per lo più del Sud del mondo, che cercano di operare in alternativa alle grandi multinazionali che monopolizzano la produzione e la commercializzazione di molti prodotti agricoli, assicurando a se stesse elevati profitti mediante miseri salari agli addetti agricoli e ai piccoli contadini.

Personalmente credo che sia importante diffondere la consapevolezza che molte forme di violenza sono praticate, e molti diritti civili ed economici sono violati, attraverso la produzione e il commercio dei prodotti che arrivano nelle nostre case. Credo che sia utile che i consumatori sappiano che certe merci, acquistate a basso prezzo, sono ottenute con il lavoro mal pagato di bambini e ragazzi, o in condizioni igieniche di lavoro che sarebbero inaccettabili negli opulenti paesi industriali “civili”. Rifiutare di acquistare tali merci, e far sapere i motivi del rifiuto, possono indurre i produttori ad un maggiore rispetto dei diritti violati, come dimostra il successo di molte iniziative di questi anni.