Officina dei saperi | Carta dell’Habitat
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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Carta dell’Habitat

di Giancarlo CONSONNI

1. Polis, politica e habitat: un legame

Il legame tra polis e politica è sostanziale. Il portato virtuoso delle città è sostanza viva e vitale della democrazia. Il fare città, inteso come promozione dell’urbanità negli aggregati insediativi, deve tornare a essere centrale nella politica e nei saperi disciplinari che si occupano delle trasformazioni dell’ambiente fisico, a cominciare dall’urbanistica. Ne L’ordine politico delle Comunità, scritto nel 1944-45, Adriano Olivetti parla esplicitamente dell’«urbanistica come funzione politica»[1], come «Architettura (Estetica utilitaria) al servizio di fini sopraindividuali e perciò etici»[2]. A sua volta Ignazio Gardella, nel 1949, afferma: «Il piano è politica, perché nella forma della polis futura sarà contenuta e espressa la sua essenza»[3].

Questa consapevolezza, un tempo radicata nell’esperienza e nel fare, è oggi sempre più estranea alla cultura di chi decide gli assetti territoriali: amministratori della cosa pubblica, investitori, operatori e progettisti trascurano la reale portata sociale degli interventi di trasformazione del territorio. La mancata maturazione condivisa circa la rilevanza delle forme insediative nel definirsi dei modi nella convivenza civile sono all’origine della dilagante caduta di qualità degli insediamenti umani.

In tale contesto l’architettura degli edifici si impone sul disegno urbano e il design sull’architettura d’interni. Prevale l’attenzione ai singoli organismi architettonici e ai singoli oggetti a discapito dell’interesse per i luoghi. In modo più o meno appariscente, lo spazio del convivere è investito da un mutamento radicale: il valore economico colonizza la dimensione simbolica impoverendola; a sua volta la funzione, immiserita, inaridisce il senso delle trasformazioni. La rendita immobiliare ha un ruolo rilevante, se non primario in questa deriva: il valore di scambio predomina sul valore d’uso, la merce sui valori d’assieme. Da qui il proliferare della non-città diffusa, con insediamenti a scarso tasso di urbanità nella periferia metropolitana, mentre nella città compatta si affacciano nuove presenze disurbane (quando non anti-urbane): grattacieli terziari o residenziali, questi ultimi con il carattere più o meno camuffato di gated communities.

Le rivoluzioni nei trasporti e nelle telecomunicazioni hanno fornito l’estro per una liberazione dal contesto e dalle relazioni di cui ogni quadro ambientale è storicamente intessuto (cum-texěre). Una distorsione della realtà che favorisce forme di “urbanizzazione” e modi di abitare dimentiche delle relazioni di prossimità. I contesti interessano per le opportunità di investimento capitalistico, mentre le relazioni storiche e i valori ideali e civili che li hanno plasmati decadono: non sono più l’humus della vita associata e non sono più al centro delle pratiche di trasformazione/conservazione del mondo. Anzi, sempre più frequentemente sono visti come vincoli e ostacoli da rimuovere. Non poche inadeguatezze della politica – di cui la società tutta paga il conto – hanno alla radice il disinteresse per i contesti e l’incultura che ne è insieme causa ed effetto. Ma dai contesti non ci si libera. Dei contesti occorre occuparsi, come ci si occupa di ogni altra necessità elementare connessa al vivere e all’abitare.

Ogni nuova casa, ogni nuovo edificio contribuisce alla costruzione o alla distruzione della città. Eppure le decisioni della Pubblica Amministrazione in fatto di urbanistica non paiono quasi mai iscritte in un progetto, men che meno in un progetto di rafforzamento della convivenza civile.

A ciascuna organizzazione dell’habitat corrisponde una peculiare definizione dei rapporti fra spazio privato, spazio collettivo e spazio pubblico, dei rapporti tra rifugio e relazione; rapporti fondativi della convivenza civile, operanti nel codice genetico degli insediamenti umani. Questo ordine di questioni – le relazioni tra forme insediative e convivenza civile – va riportato al centro del governo della cosa pubblica. Si impone una decisa inversione di rotta: in sede locale, nazionale ed europea, occorre affermare il valore delle città come componenti fondamentali del patrimonio culturale primario.

2. Promuovere l’arte di abitare. Un progetto culturale sul vivere

Se si intende attrezzare la cultura di chi amministra la cosa pubblica e in generale di chi, a vario titolo, decide gli assetti insediativi, urge un’elaborazione teorico-pratica condivisa sulle implicazioni relazionali degli assetti insediativi, a cominciare da due caratteri costitutivi decisivi nel definirne la propensione all’urbanità:

  • le valenze relazionali dei cosiddetti “tipi edilizi” e delle loro aggregazioni;
  • le implicazioni, in fatto di convivenza civile, dei rapporti fra spazi pubblici, spazi collettivi e spazi

Ma perché la politica faccia un salto di qualità, è la società civile che deve crescere in consapevolezza. L’arte di abitare è uno dei grandi temi di cui dovrebbe occuparsi un progetto educativo al vivere civile all’altezza dei tempi.

3. Perseguire un nuovo patto fra le generazioni

Le politiche amministrative pubbliche lavorano sul breve periodo (quello del mandato elettorale), mentre le questioni legate al medio-lungo periodo sono uscite dalla cosiddetta agenda politica. Contro questa logica di corto respiro, la politica dovrebbe perseguire un nuovo patto fra le generazioni. Un simile patto non può che essere imperniato su due obiettivi: sostenibilità ambientale e sostenibilità sociale.

Mentre sulla sostenibilità ambientale si è formata una consapevolezza che da tempo va raccogliendo consenso in ampi strati della popolazione, sulla sostenibilità sociale tarda a farsi avanti un analogo movimento di pensiero. Per non dire di un pensiero che sappia farsi politica.

4. Fare città nell’era della metropoli

Osservata in una prospettiva storica di lungo periodo, la metropoli contemporanea corrisponde a una realtà economica, sociale e territoriale caratterizzata da processi che mettono in discussione la città per come l’abbiamo conosciuta nella storia.

Nella città – ma anche nella campagna – l’elemento primario che governava assetti e relazioni era l’abitare; nella metropoli contemporanea l’abitare è ridotto a funzione dipendente dai processi economici. La questione su cui lavorare è come ritrovare un equilibrio salvaguardando le potenzialità positive tanto della metropoli quanto della città. In altri termini, occorre fare città nella metropoli.

5. Porre l’urbanità al centro delle relazioni fra casa e contesto

L’urbanità è una qualità tanto dell’insediamento quanto della convivenza civile da cui molto dipende l’abitabilità di un luogo (e, a salire di scala, di un quartiere, di un borgo, di una città, di una metropoli). Urbanità – è bene precisare – è una locuzione da preservare dagli abusi, con forza morale e consapevolezza culturale. Il termine rischia infatti di essere strumentalizzato e rapidamente bruciato nella vacua retorica di progettisti e operatori che lo usano a sproposito, spesso per giustificare interventi che vanno in senso opposto.

La qualità dell’abitare, e con essa la qualità del vivere, dipendono non poco dalle relazioni tra la casa e il contesto: le relazioni a distanza (assicurate dalle reti di trasporto e dalle reti delle telecomunicazioni, ora sempre più informatizzate) e le relazioni di prossimità.

Nei vantaggi, o negli svantaggi, dati da una determinata localizzazione (le cosiddette economie o diseconomie esterne) ha un peso primario il livello di accessibilità del luogo in cui la casa è inserita. Ma, riferita alla casa, l’accessibilità, se disgiunta dal tempo che ciascun abitante deve dedicare agli spostamenti obbligati (casa-lavoro, casa servizi ecc.) è un indicatore astratto. È dal contributo in termini di tempo che ciascuno paga per appartenere a un contesto (ambito metropolitano, città, borgo, quartiere, luogo) che si misurano gli effettivi vantaggi o svantaggi connessi alla localizzazione. La rendita fondiaria e immobiliare ne è, a suo modo, un rilevatore fedele.

Sulla natura e sul valore (non solo economico) del bene casa incidono, e non poco, le caratteristiche dell’intorno e le relazioni di prossimità. La dotazione di servizi alla residenza, la distribuzione e l’articolazione delle attività umane (e il determinarsi o meno di sinergie fra esse), le soluzioni tipologiche e la correlata conformazione degli aggregati a cominciare dai rapporti fra gli spazi pubblici, gli spazi collettivi e gli spazi privati.

Fattori che concorrono non poco a definire la qualità urbana dei luoghi, in cui la questione della sicurezza è venuta assumendo un peso sempre più centrale.

6. Ridare centralità all’abitare

Un effetto macroscopico della indifferenza all’intorno, in particolare nei contesti metropolitani, è che la residenza – quando non sia di lusso – è diventata una funzione debole, con queste conseguenze:

  • la dispersione insediativa, che si traduce per un verso in un ingente consumo di suolo e, per l’altro verso, in disagi e spreco obbligato di tempo per una parte considerevole degli abitanti;
  • un accentuarsi della disgregazione sociale;
  • l’insorgere di problemi di sicurezza.

Una risposta strutturale può venire da un nuovo governo del territorio: da una politica territoriale che presti attenzione prioritaria ai rapporti casa-lavoro e casa-servizi, con l’obiettivo di ridurre il tempo eroso dagli spostamenti obbligati.

Ma non basta: un’attenzione particolare va posta al rafforzamento delle relazioni di prossimità. Tra sicurezza e coesione sociale opera un legame virtuoso. E, se nella tenuta della coesione sociale, la questione del lavoro ha un peso primario, non meno decisiva è la cura per le relazioni di prossimità, che devono tornare al centro delle politiche di riqualificazione territoriale.

7. Armare le città di convivenza civile

La sicurezza viene strumentalmente agitata dagli “imprenditori della paura”, che quando si fanno forza politica si autoescludono, e autoassolvono in partenza, dalle responsabilità in merito agli assetti degli insediamenti e dei luoghi.

La sicurezza è questione che non può essere risolta se non andando alle radici. Per limitarci all’habitat, le relazioni di prossimità e le qualità dell’ambiente costruito costituiscono i presidî primari da cui dipende la capacità di una comunità di tutelare il proprio habitat. L’urbanità è la garanzia più efficace e civile di sicurezza. In questa chiave, va perseguita la riqualificazione dell’habitat all’insegna della riumanizzazione: occorre armare le città di convivenza civile dando la massima importanza alle infrastrutture della socialità, come cardini della tenuta civile del tessuto sociale e insediativo.

La prima infrastruttura della socialità è lo spazio aperto pubblico. Il perseguimento della sua vitalità e delle sue qualità relazionali (compresa la bellezza dei luoghi) dovrebbe essere compito primario di ogni progetto urbanistico-architettonico. Non ci si può però limitare a questo. L’urbanità va riconquistata e riaffermata ogni giorno sul piano concreto come su quello simbolico: il conseguimento della qualità di un luogo (e degli aggregati di luoghi, ai vari livelli) comporta un lavoro sinergico dei decisori e degli abitanti, con apporti congruenti e commisurati alle specifiche responsabilità.

8. Curare la capacità riproduttiva della terra

Nella modalità di concepire gli insediamenti che si è affermata nell’era della metropoli c’è la riduzione del territorio a mero supporto di infrastrutture e insediamenti.

La disattenzione all’ambiente ha qui le sue radici. Occorre invece rafforzare l’agricoltura entro i contesti metropolitani, sostenendone il ruolo di salvaguardia delle potenzialità nutritive della terra. La promozione della qualità urbana degli insediamenti deve saldarsi con la cura dell’habitat e della capacità riproduttiva della terra.

Questa strategia ha come corollari imprescindibili due indirizzi:

  1. impedire ulteriori sottrazioni di suolo all’agricoltura;
  2. volgere l’attenzione e gli investimenti al recupero e alla riqualificazione dell’esistente.

Le dinamiche demografiche mondiali dei prossimi decenni renderanno drammatica la scarsità di terra coltivabile rispetto al fabbisogno alimentare. Questo imporrà la necessità di un’inversione di rotta rispetto alla prorompente tendenza all’inurbamento a cui stiamo assistendo. Anche l’Italia, nonostante le previsioni di calo demografico, la questione del popolamento è destinata a tornare in auge e con essa la questione del recupero delle zone interne dell’Appennino.

9. Rafforzare la propensione inclusiva della città

Le politiche urbanistiche, il disegno urbano e l’architettura devono contribuire alla coesione sociale, dando vita a luoghi atti ad accogliere e a indirizzare la convivenza civile. E a farsi sua rappresentazione simbolica.

C’è naturalmente da fare i conti con il carattere multietnico dei nostri contesti insediativi. Le culture etniche in cui si sono formati molti individui confluiti nei contesti metropolitani, se considerate nelle loro radici e nelle forme dell’abitare da esse espresse, mostrano non poche parentele e vicinanze tra loro, mentre appaiono tutte egualmente distanti dalle forme insediative che connotano gli attuali paesaggi delle metropoli (sotto ogni latitudine) caratterizzati dal dilagare di disurbanità e deserto di senso.

La proposta di dare la massima importanza alle infrastrutture della socialità nella riqualificazione dell’habitat, vuole anche essere l’indicazione del terreno di una possibile alleanza fra le diverse culture in cui la valorizzazione delle multiformi e specifiche radici sia spunto per plasmare una nuova umanizzazione del mondo e una nuova magnificenza civile.

10. Rinnovare l’equilibrio fra dovere e dono con la bellezza civile

Incŏla (abitante) deriva da colěre (coltivare, avere cura, onorare). Mai etimologia è stata così eloquente. In colěre opera il munus, il convivere in equilibrio di dovere e dono. L’attuale crisi della città può essere letta come crisi dell’interazione virtuosa fra dovere e dono.

La risposta non può che essere la riaffermazione fattiva dei valori urbani come necessità vitale della convivenza civile. Gli insediamenti umani devono ritrovare la strada dell’affabilità, del dialogo, dell’interazione fra pubblico e privato e dell’affabulazione. È su questo che ha preso corpo la bellezza civile.

La modernità in urbanistica e in architettura ha inseguito la riproducibilità. Ad aprire questa prospettiva è stato il progredire delle tecniche di produzione industrializzata, a cui da parte di architetti e amministratori si è guardato con favore per la possibilità di rispondere al cronico fabbisogno di case per i meno abbienti abbattendo i costi. Si è assistito così alla marcia trionfale dell’uguale sul simile e all’evaporare di una costante della storia umana: la personalità dei luoghi, la loro unicità. O, di contro, a una differenziazione artificiosa che punta sullo stravagante e mai sulla ricerca della sintonia e dell’armonia d’assieme.

Occorre ritrovare la strada della bellezza diffusa all’insegna della misura e dell’appropriatezza. Occorre riconoscere e perseguire la funzione civile della bellezza, il suo potenziale pedagogico.

Note al testo

[1] A. Olivetti, L’ordine politico delle Comunità. Dello Stato secondo le leggi dello spirito, Edizioni di Comunità, Roma 19462 (I ediz. Nuove Edizioni Ivrea 1945), p. 172.

[2] Ivi, p. 173.

[3] I. Gardella, Innovazione nel metodo, dattiloscritto del 1949 conservato nell’Archivio Gardella (Csac, Parma) e trascritto in C. Morandi, Il contributo del Movimento di studi per l’architettura all’urbanistica milanese, in M. Baffa et al., Il Movimento di studi per l’architettura 1945-1961, Laterza, Roma-Bari 1995, p. 162.