Officina dei saperi | La strada che parla. Un libro di Decandia e Lutzoni
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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La strada che parla. Un libro di Decandia e Lutzoni

di Enzo SCANDURRA, da “Casa della cultura“, 26 maggio 2017

Ho sempre avuto il sospetto che essere sardi volesse dire essere, più di altri, fortemente radicati nella propria tradizione e nella propria storia. Questa particolarità la scorgo non solo nell’amore per la propria terra (che è un fatto comune anche ad altre genti), ma nell’ostinazione a opporre resistenza alle forme della modernità. Non alla modernità in genere, ma a quella specifica modernità fatta di cancellazione della memoria, di velocità, di competizione darwiniana, di sradicamento, di annullamento di ogni identità. Non sarà un caso che il sardo parla contemporaneamente il proprio dialetto e l’italiano come fossero due lingue distinte, cosa unica nel panorama italiano dove la lingua italiana, in ogni regione, si tinge sempre dell’accento dialettale. Grazia Deledda fu osteggiata dai suoi concittadini nuoresi perché, a loro parere, descriveva la Sardegna come una terra rustica, rude; dunque, arretrata, non moderna. Deledda descriveva il fascino della sua isola e della sua gente, le loro storie, tanto che venne definita anche come una scrittrice del paesaggio.

In questo libro – Lidia Decandia, Leonardo Lutzoni, La strada che parla. Dispositivi per ripensare il futuro delle aree interne in una nuova dimensione urbana (FrancoAngeli, 2016) – Decandia ritorna sui temi a lei cari e noti: l’appartenenza sentimentale (seppure vissuta in un quasi-esilio), la memoria, le feste, le cerimonie, la trama fitta degli stazzi che costituivano il territorio. Insomma, si potrebbe dire, sul tema dell’Isola (la Sardegna in questo caso) che non c’è più, quella interna, luogo dei pastori solitari, abbandonata per scivolare sulla costa, che, in passato, era costituita da “pietrarie inospitali”, praticamente sconosciute alla vita dei suoi abitanti. Il libro richiama per alcuni versi (ma su questo tornerò in seguito) quello di Marco Revelli, Non ti conosco. Un viaggio eretico nell’Italia che cambia (Einaudi, 2016): un viaggio, quello di Revelli, poco sentimentale attraverso luoghi devastati dalla modernità e ridotti a simulacri; da Torino a Lampedusa, fuori dagli stereotipi comuni e dai falsi ottimismi (e su quest’ultima questione i due libri divergono assai).

Non saprei inquadrare diversamente il lavoro (assai più che una ricerca sullo spopolamento delle aree interne, come modestamente si autodefinisce) di Lidia Decandia e Leonardo Lutzoni dedicato a un’area dell’Alta Gallura in Sardegna, nel quale la passione di ritrovare i significati di una vita contadina premoderna servono a mettere a fuoco l’inganno di questa modernità che ha distrutto antichi vincoli di solidarietà, di sapienze, di custodia della sacralità della vita e delle relazioni con altri esseri umani e con la natura. Per costruire (o forse solo immaginare) un progetto per le aree interne basato sulle potenzialità ancora latenti. È su questa tradizione che il libro confida per elaborare una sorta di guida per l’insegnamento e la pianificazione del territorio in grado di riaprire relazioni significative, vitali e affettive con i territori e i luoghi attraversati nel viaggio dell’Autrice. In questo la differenza con il viaggio di Revelli è forte: “C’è forse più ‘verità’ in quelle travi rugginose, nelle finestre spente dei capannoni dismessi, nell’erba incolta dei vuoti industriali, che nei tronfi piani di sviluppo drogato di ieri”, è il commento disincantato del sociologo torinese. Là dove Decandia invece tenta di utilizzare il passato ormai devastato per risvegliare, nei suoi allievi e negli abitanti, un desiderio di cura e di partecipazione, attraverso una prosa che, come ha affermato Piero Bevilacqua, “è in aperto antagonismo con quella dell’utilitarismo economico dominante nella lingua delle scienze sociali” e nell’urbanistica in particolare.

Ma veniamo al libro. Esso prende spunto dal tentativo di riuso di un vecchio tracciato ferroviario, nei pressi di Calangianus (città natale dell’Autrice), che diventa “la strada che parla”, immersa ai piedi della montagna del Limbara che è assai di più di un semplice rilievo geografico: costituisce l’elemento dominante del territorio, la sua struttura immanente, il luogo dei pastori: la Montagna. Tutti, afferma l’Autrice, anche i bambini, un tempo, si orientavano attraverso figure di riferimento naturali: Monti di Deu, Monte Limbara, Monti Pinu, Sarra di Monti, Monti di La Signora. Un paesaggio premoderno caratterizzato da boschi di querce, macchie, spogliati, fino agli anni Sessanta, dalle capre e dai carbonai che lo popolavano. Ebbene qui nel giro di poco più di cinquant’anni “il volto di questa terra è mutato forse più di quanto non sia avvenuto nei secoli che ci separano dal Neolitico”. Con l’avvento dei processi di modernizzazione, l’antico popolo di pastori che viveva negli spazi organizzati in nuclei interdipendenti, si autonomizza dal territorio abbandonando le campagne, attirato dalle nuove (e ingannevoli) promesse economiche vantate dall’industrializzazione. Così la natura riprende il sopravvento e su quel territorio magico scende – dice Michela Murgia – il silenzio, dove ancora piccole chiese campestri, case disperse abbandonate, rivelano tracce di “una vita finita, di una tradizione abbandonata”.

Così, come nel viaggio di Revelli attraverso un’Italia non più riconoscibile, il lavoro dell’Autrice inizia con una passeggiata lungo un vecchio percorso ferroviario dismesso che attraversa il territorio di Calangianus, parte di una vecchia linea a scartamento ridotto Monti-Tempio. Un tracciato in parte recuperato come percorso ciclo-pedonale, ai piedi del Lambara, un territorio ora vuoto e deserto, muto e silenzioso che ha cessato di “parlare” agli uomini e che svela le macerie dello sviluppo disposte ai piedi dell’Angelo della Storia di Benjamin. Come provare a conoscere il nostro tempo fattosi ormai irriconoscibile, sembra la domanda rubata a Revelli? Qui la distanza prospettica tra l’Autrice e il libro di Revelli si fa profonda. Mentre il primo dubita che alla scomposizione possa seguire una ri-composizione, ma solo la decomposizione, perché la distruzione creatrice si limita a distruggere e basta senza creare alcun ordine nuovo, Decandia tenta di ridare voce a quel territorio coinvolgendo, nell’esperienza del racconto, comunità locali, amministratori, studenti, intellettuali di ogni provenienza.

Molti sono i riferimenti e le suggestioni culturali citati dall’Autrice: da Geddes e i suoi viaggi in India alla “via dei Canti” di Chatwin, per tentare di ricostruire la tradizione. E qui mi permetto alcune riflessioni personali. Conosco pochi colleghi capaci, come Decandia, in grado di analizzare così criticamente le forme distruttive di una certa modernità e i danni, direi molecolari, prodotti dal processo di industrializzazione sui territori e sulle comunità. Così come, lungi dal farne una nostalgia paralizzante, l’Autrice mostra sempre una acutissima conoscenza del mondo arcaico della Sardegna. Strumenti che Decandia, docente di urbanistica ad Alghero, utilizza continuamente per tentare di rifondare – nel linguaggio e nelle pratiche – la disciplina urbanistica ormai sbiadita controfigura di un pur, a tratti, glorioso sapere.

Detto a margine, rilevo semmai che s’indaga poco il tema del conflitto. A chi spetterebbe di portare a compimento il progetto così curato dall’Autrice? Agli amministratori tritati dal problema del debito e affaccendati dalla routine dell’eterno presente? Agli abitanti che nonostante la moltiplicazione del disagio e del degrado sociale, sono a pieno nell’ingranaggio del mercato? O ai gruppi, alle cooperative sociali, ai tanti movimenti locali che sono irrilevanti nel campo delle decisioni che contano? Il conflitto, seppure rimosso, è dietro l’angolo.

Ma forse non è corretto chiederne conto all’Autrice che ha voluto raccontarci la storia bella (oltreché una lezione di urbanistica sulle aree interne) di un territorio e del suo popolo “traditi”, e che, con la sua poetica descrizione dei luoghi, ci invita a tentare di trasformare i sogni in realtà. “Un viaggio – dice Revelli – si fa o per fuggire da qualcosa o per cercare qualcosa”. In questo caso la ricerca è quella di una dimensione perduta di chi “non si sente più a casa”, che provoca spaesamento, vertigine, sradicamento, ma che può, forse, svelare il presente, indicare il futuro.

Enzo Scandurra