Officina dei saperi | Il tempo è fuori squadra
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
2774
post-template-default,single,single-post,postid-2774,single-format-standard,cookies-not-set,ajax_fade,page_not_loaded,,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-4.4.1,wpb-js-composer js-comp-ver-5.4.7,vc_responsive

Il tempo è fuori squadra

Pubblichiamo la recensione di Angelo CIRASINO al libro di Enzo SCANDURRA, Fuori squadra (Castelvecchi, 2017) apparsa su “Scienze del territorio“, n. 5 (numero monografico Storia del territorio a cura di Maria Colavitti, Rossano Pazzagli e Giuliano Volpe), pp. 280-281.

Il lavoro del recensore rischia di cadere in molte trappole; una di esse, forse la più insidiosa, è quella di ‘cercare il simile’, di lasciarsi guidare nella lettura da una sorta di affinità elettiva, di fiuto filogenetico o professionale, che porta il filosofo a leggere esclusivamente libri di filosofia, il matematico di matematica, l’urbanista di urbanistica. Fuori squadra è un libro che mette esplicitamente in crisi questo vizio culturale: è vero, è un libro scritto da un urbanista, e questo si nota dalla competenza diversa che mostra quando si viene a parlare dei luoghi – ovvero della città, della socialità e delle vicende che in essa hanno luogo; ma è anche un libro di riflessione intima e umana, di storia personale e sociale, di retrospettiva e di proposta politica e intellettuale.

Come dichiara candidamente nel titolo, è proprio un libro fuori squadra, in un senso duplice: anzitutto è un libro irriferibile a qualunque categoria, genere o stile consolidati, che proprio quando credi di essere ormai in confidenza con i suoi meccanismi narrativi ti spiazza, magari introducendo una dotta (ma sempre pertinente) riflessione sulla “dismisura” nelle incisioni del Piranesi subito dopo aver raccontato il dolore della decadenza e della morte di un’amica; secondo, perché non indietreggia davanti alle asimmetrie, alle storture e, quando necessario, nemmeno di fronte alle gratuità: ha qualcosa da dire e la dice chiaro,  senza mai imbellettarla, limarla o inserirla nei confortanti contenitori della narrazione, squadrati come il foglio dell’ex tempore.

È un libro che dice la verità, anche quando è sgradevole o senza senso; fra le sue parole e le sue immagini, si fa strada né più né meno che la vita: la stessa che, in forme diverse, aveva raccontato dei suoi ragazzi quel Pasolini che, a tratti, emerge e si nasconde come referente segreto della storia e della sua narrazione.

Due sono i piani principali di questa storia, quello del ‘chi’ e quello del ‘dove’; ed entrambi vengono narrati secondo una scansione temporale irregolare ed a volte contraddittoria, fatta di flash (back e forward) in cui non sempre si riesce a individuare facilmente un prima e un dopo, una linea evolutiva che leghi insieme in un senso frammenti, impressioni e memorie: “il tempo è fuori squadra” per Amleto come per Enzo, e in questo risiede la causa della distanza fra i due piani, di quella sensazione di “inadeguatezza” che caratterizza così tanto dell’esperienza del protagonista – o meglio dei molti protagonisti di questa storia, a un tempo personale e collettiva.

A un certo punto, però, i due piani – quello della vicenda umana e quello della storia urbana – si avvicinano al punto di sovrapporsi, di fondersi, così che la storia geolocalizzata di un uomo diventa il racconto personificato della città, in cui i suoi spazi (specie quelli monumentali), fin qui separati, isolati e uccisi da un’evoluzione caotica che ne ha spezzato le relazioni riempiendole con stratificazioni altre, tornano a vivere e a dialogare fra loro come nelle già citate incisioni del Piranesi, riportando alla luce della narrazione significati sottesi, perduti, eppure tuttora costitutivi della personalità di questo luogo o – che è lo stesso – dei suoi abitanti.

Il protagonista del romanzo diventa così quell’unico “verme” quadridimensionale che, secondo la “worm theory”, è definito dalla successione dei movimenti e delle posizioni di un corpo (umano) negli spazi che occupa nel corso del tempo: un salto stilistico che ha un profondo risvolto epistemologico, e che porta un passo più avanti il genere – schiettamente territorialista – della “biografia territoriale” per aprire il nuovo filone della ‘autobiografia territoriale’.

L’“incorporamento dello sguardo” dell’osservatore nel luogo osservato, necessario per Magnaghi alla lettura e alla trasformazione dei nessi strutturali dei luoghi, diventa qui compenetrazione radicale di soggetto e oggetto, diventa “La città dentro di me” che fa da titolo alla parte III del volume (non a caso quella centrale); e il movimento della loro identificazione reciproca, lungo il quale il flâneur, passandoci (Benjamin), riconosce in sé i caratteri della città e a sua volta attribuisce alla città le sue proprie inclinazioni, diventa la struttura, la cifra di riferimento dell’identità locale.

Ma forse stiamo razionalizzando troppo, cadendo proprio nella trappola paventata all’inizio. Se infatti la morale di questa storia, l’insegnamento che ne esce è fortemente territorialista, questo non è nel senso della ricorrenza di schemi interpretativi preconcetti applicabili a tutti i contesti, ma proprio – al contrario – dell’irriducibilità di ogni vicenda umana alla griglia squadrata delle nostre aspettative di lettura.

È bello seguire Enzo nelle sue peregrinazioni attraverso un mondo, interiore ed esteriore, popolato di tanti amici comuni e di tanti luoghi familiari, tratteggiati tutti con la finezza e la lucidità del vero romanziere; è tutto qui, alla fine, il succo del libro: non in quello che la storia ‘significa’ o vuol dire ma, semplicemente, in quello che dice.