Officina dei saperi | Università. Sciopero dei professori: più nella logica del risentimento che del progetto
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
2005
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Università. Sciopero dei professori: più nella logica del risentimento che del progetto

di Ugo OLIVIERI –

I giornali e la televisione sono tornati a parlare di Università, anche gli studenti si occupano dell’istituzione ove studiano e persino i colleghi ricominciano a parlare dei destini ultimi del loro posto di lavoro.

Questo miracolo, dopo un silenzio che durava da mesi, non è avvenuto per un improvviso interesse rispetto ai destini d’intere generazioni espulse dalla ricerca o per una preoccupazione per lo stato dell’istruzione superiore in Italia, ma perché un alto numero di docenti universitari minacciano di bloccare con uno sciopero gli esami autunnali. Come ai vecchi tempi quando i docenti di scuola bloccarono gli scrutini, facendo scendere in campo persino l’associazione degli albergatori perché si mettevano in forse le vacanze degli italiani, così ora vengono minacciate carriere studentesche e anche borse di studio, feste di laurea e tipografie che stampano tesi, e quindi ci si interessa al fenomeno.

Al di là degli interessi dell’indotto universitario, conviene però provare a fare un’analisi delle motivazioni che hanno portato a tale situazione e delle conclusioni che se ne possono trarre.

All’origine di tale sciopero è il blocco degli scatti d’anzianità sullo stipendio dei docenti che è durato cinque anni e che a differenza di altre categorie ha significato anche il blocco dell’anzianità di carriera. A chiedere il recupero del maltolto è un gruppo spontaneamente aggregatosi grazie alla determinazione di un docente d’ingegneria ormai in pensione Ferraro.

Detto questo, accertata la ragione, anzi le numerose ragioni, che sono dalla parte dei rivoltosi non si è spiegato nulla, né si è accertato qualcosa sulle prospettive della lotta. Dire che hanno ragione equivale a dire che il capitalismo finanziario è basato su un sistema di rapina. E aggregarsi al movimento con l’idea che è l’unica cosa che si muove nell’inedia dell’università, equivale ad abbracciare la lotta dei precari d’Amazon come l’unica lotta che oggi mette in discussione la precarizzazione del lavoro. Ossia verità ovvie che non portano lontano. Il ragionamento dovrebbe vertere sul reale significato della parola d’ordine del movimento di Ferraro che si richiama al recupero della “dignità della figura del docente universitario”.

In realtà è un tentativo di riconquistare un potere d’acquisto da parte di una categoria ormai staccata dai destini della casta degli alti burocrati di stato (Magistratura, alta dirigenza ministeriale ecc.) che pensa così di recuperare una credibilità sociale perduta. Il che equivale a dire che la “comunità scientifica” della vecchia università di classe non esiste più ma esistono gruppi connessi alla governance finanziaria dominante e gruppi che vanno verso una “proletarizzazione” relativa forse non economica certo simbolica. Altro aspetto è il relativo distacco del movimento dalla reale situazione dell’Università retta oggi per il 43% da precari che non solo non hanno scatti d’anzianità ma nemmeno le minimali tutele lavorative. Quindi una impossibilità su queste rivendicazioni di generalizzare la mobilitazione.

Per capire dove porta tutto ciò, il paragone precedente con il sindacalismo scolastico degli anni ’70 non è senza significato. Due, tra i tanti, possono essere gli esiti prevedibili di tale lotta.

O l’accoglimento delle richieste attraverso una serie di provvedimenti tampone che danno una manciata di soldi agli scioperanti ma scaricano sui bilanci delle università il costo dell’operazione aggravando lo sfascio economico dell’istituzione.

Oppure una dichiarazione da parte dell’autorità sugli scioperi dell’illegittimità dello stesso e quindi la necessità del movimento di andare allo scontro duro potendo contare su una massa di manovra probabilmente non preparata a questa eventualità, per giunta isolata dagli altri movimenti universitari e dagli studenti. La vittoria in questo caso sarebbe probabilmente dalla parte del potere politico e accademico che potrebbe adottare in maniera definitiva dei provvedimenti contro il diritto di sciopero dei docenti.

In entrambi i casi ci sarebbe da consigliare al movimento di Ferraro di trovare degli appoggi e delle forme di confronto con le altri componenti del movimento universitario. Resta la considerazione che difficilmente il movimento sembra cercare questa soluzione poiché guidato più da una logica del risentimento che del progetto, come d’altronde la maggior parte della politica italiana.