Officina dei saperi | Dopo il 68. L’università è un ingozzatoio di oche
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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Dopo il 68. L’università è un ingozzatoio di oche

intervista a Giancarlo CONSONNI di Niccolò DE MOJANA, da “La poesia e lo spirito“, 28 maggio 2018

La funzione dell’Università

L’Università oggi dovrebbe porsi lo scopo di collocare gli studenti nel mondo del lavoro o di poter garantire loro una formazione seria nell’ambito degli studi (umanistici e scientifici)? E come prepara, di fatto, gli studenti al mondo del lavoro precario che li aspetta?

Puntare alla costruzione autonoma di una solida cultura di base, significa anche fornire gli strumenti per orientarsi nel mondo e quindi anche nella sfera del lavoro. Se invece si attribuisce all’Università il compito di produrre esclusivamente dei depositari di un sapere tecnico-specialistico da erogare a domanda e acriticamente, ciò equivale a uccidere l’Università. È questo l’obiettivo del DDL Gelmini (in realtà Tremonti).

Non si vogliono dei cittadini colti e responsabili, ma dei prestatori d’opera che eseguono ordini. La questione universitaria, sottovalutata dalle stesse forze che si definiscono progressiste, è un banco di prova della democrazia. Una società che rinuncia all’apporto del libero pensiero, della libera ricerca e di una formazione attrezzata a interpretare i meccanismi sociali è una società arroccata nella difesa degli interessi consolidati, incapace non solo di darsi gli strumenti per affrontare le cosiddette sfide della globalizzazione ma anche di governare uno sviluppo in cui assumono rilevanza drammatica la sostenibilità ecologica e la sostenibilità sociale.

Cosa può fare l’Università di fronte a un sistema economico-sociale che ha reso precario il lavoro? In primo luogo deve opporsi alla produzione di una formazione usa e getta.

Quale dovrebbe essere la funzione politica dell’Università? Perché la sua voce critica nei confronti della Società si è spenta, dopo il movimento del ‘68?

L’Università non dovrebbe mai separare tecnica, cultura, etica e politica. Questo significa che le implicazioni sociali e civili della ricerca e della formazione non devono mai essere lasciate in ombra.

Non mitizzerei il ’68: lì c’era tutto e il contrario di tutto.

Gli sviluppi lo hanno dimostrato: coloro che lo hanno inteso (e vissuto) come una scorciatoia per il potere si sono presto adattati a fare i maggiordomi dei potenti (quando non si sono infilati nella follia brigatista); coloro che hanno posto il problema di un sapere e di un saper fare responsabili hanno per lo più continuato a farlo, assumendosi il compito di andare controcorrente e pagando di persona. Se c’è un’eredità positiva del ’68, questa è nella resistenza di una ricerca e di una formazione che non si arrende ai mortificanti inquadramenti accademici e che mantiene la sua autonomia dal potere economico come da quello politico.

L’esigenza di un’Università “di massa” può conciliarsi con l’esigenza di una qualità didattica “d’èlite”?

L’Università di massa è la sfida, ma i provvedimenti governativi non hanno aiutato e tantomeno aiutano a sostenerla. L’acculturazione estesa e una ricerca attrezzata capace di offrire strumenti alle intraprese economiche e al miglioramento del quadro sociale sono le ultime preoccupazioni di chi ci governa.

Il Mercato e l’Università

Come e perché l’Università ha cominciato a considerare gli studenti non più fruitori di un servizio pubblico ma in quanto “clienti” di una pseudo-azienda? E quali sono le conseguenze di questo cambiamento?

In primo luogo si è agito sul versante della ricerca. Si è capito che, sottoponendo l’attività di ricerca a criteri di verifica di tipo aziendale – la quantità di denaro che ciascun ricercatore porta all’Università –, si metteva in un angolo quella parte della produzione scientifica per la quale non esiste una committenza solvente (privata e pubblica). È lì che ha preso piede il principio per cui il ricercatore/docente che non porta risorse finanziarie all’Università è di fatto un peso morto per l’ateneo di cui fai parte. Certo: ci sono pur sempre le pubblicazioni, ma queste hanno un riconoscimento solo parziale, non sono ritenute la risorsa primaria. E questo perché si vive nella prospettiva – o meglio nell’ossessione – della progressiva riduzione dell’investimento pubblico. Non importa peraltro a che titolo le entrate vengano procacciate. Puoi svolgere tranquillamente prestazioni di routine che hanno un valore aggiunto pressoché nullo in termini di avanzamento delle conoscenze scientifiche e di crescita culturale: nessuno avrà nulla da obiettare: anzi. È così che l’Università finisce per premiare i mediocri.

In secondo luogo si è cercato di instaurare, a piccoli passi, una relazione di tipo populistico-paternalistico con gli studenti. I questionari con cui gli allievi sono invitati a giudicare le prestazioni didattiche dei docenti sono un capolavoro di tattica demolitrice condotta in modi quasi impercettibili, ma alla fine devastanti. Quando, ad esempio, si chiede agli studenti se la loro formazione pregressa sia risultata adeguata a sostenere il nuovo ‘carico’ didattico, si mette di fatto sotto accusa il docente che propone mete elevate, che si adopera per un salto di qualità. Il non facit saltus è il principio ideale della didattica. La licealizzazione dell’Università ne è la conseguenza.

La Ricerca è spesso subordinata alle esigenze del Mercato e delle imprese. Come dovrebbe essere strutturata invece una Ricerca utile alla società e alle generazioni future?

Posso dire di una Università che appartiene alla famiglia dei Politecnici. Molti di coloro che vi operano nel ruolo di docenti sono assimilabili più a dei manager che a dei ricercatori in prima persona. Sono dei dirigenti di un’aziendina (parte di una grande azienda) per la quale si adoperano per trovare commesse di ricerca su cui far lavorare ‘operai del sapere’ malpagati, allettati con la prospettiva di una carriera universitaria. In molti settori una “Ricerca utile alla società e alle generazioni future” è l’ultima delle preoccupazioni dei committenti come di chi assume la commessa. Che ciò riguardi la committenza privata si può capire; ma che anche la committenza pubblica aderisca a questa logica non smette mai di sorprendermi. Va peraltro osservato che fra committente pubblico e committente privato si registra qualche differenza. Il committente pubblico è in generale meno esigente: si rivolge all’Università per lo più per avere strumenti di organizzazione del consenso o di giustificazione del proprio operato.

C’è un’alternativa a questo sistema? Si potrebbero cercare committenti illuminati ma siccome questa è merce rara non c’è altra strada che resistere sulla vecchia e nobile pratica dell’auto-committenza, mettendo al centro del lavoro di ricerca questioni di grande rilevanza sociale e civile.

Certo: si deve riconoscere che ci sono campi di ricerca che richiedono attrezzature costose e lavoro d’equipe. Per superare questa difficoltà si renderebbe necessaria una capacità di interlocuzione dialettica, in particolare con il potere politico ai vari livelli, da parte di chi ha responsabilità di gestione degli atenei. Ma l’appiattimento sul potere politico ci dice che una simile prospettiva è assai improbabile.

Con l’autonomia universitaria e la competizione tra atenei, la Politica premia in base a criteri di produttività para-aziendalistici. Quali criteri andrebbero adottati, invece?

Credo di avere già risposto, ma una cosa posso aggiungerla. In Italia, uno dei meccanismi che svuotano di consapevolezza e di responsabilità gli atenei è evitare di entrare nel merito sia della ricerca che della didattica. Si ritiene una simile prospettiva ingestibile e foriera di sanguinosi strascichi. Si preferisce sottoporre la materia a parametri pseudo-oggettivi che di fatto escludono sia un’analisi che un’assunzione vera di responsabilità. Così gli atenei sono affidati a una sorta di pilota automatico. Quanto alle Peer Review affidate a valutatori stranieri, per quanto mi è dato di constatare soffrono a loro volta di condizionamenti e di criteri valutativi ab exteriore.

Nella domanda si accenna all’autonomia delle Università. Vale la pena ricordare che in Italia l’autonomia degli atenei è in forte pericolo. Tra le minacce vi è quella di una riorganizzazione in senso “federale” del sistema dell’Università pubblica. In una regione come la Lombardia ciò significherebbe immettere l’Università in un sistema politico-clientelare sul tipo di quello che soffoca il sistema sanitario.

La Didattica

Rispetto al sistema delle lauree del vecchio ordinamento, la riforma del “3+2” da un parte riduce tempi e qualità della formazione (nel triennio) e dall’altra, per lo studente che vuole proseguire nel biennio, allunga i tempi senza un vero innalzamento della didattica. Per quale scopo quindi è stata fatta questa riforma? E quali risultati ha raggiunto, oggi?

I risultati non corrispondono alle attese di chi ha promosso questa riforma. Tali aspettative – vale la pena di ricordarlo – erano sbilanciate a favore della domanda di lavoro piuttosto che dell’offerta.

Va peraltro rimarcato che in Italia nel passaggio dalla laurea breve alla laurea magistrale la selezione è alquanto modesta. Ciò dimostra che molto pochi sono i laureati triennali soddisfatti dell’istruzione ricevuta e della posizione che è loro riservata nella società. Oltretutto i rilevamenti ci dicono che in Italia le remunerazioni degli stessi laureati magistrali hanno subito un forte livellamento verso il basso. Le aziende hanno risolto così i loro problemi: prendere un laureato magistrale al prezzo di un laureato triennale.

In Italia non esistono “poli d’eccellenza” né università di ricerca (come invece esistono in Inghilterra o in America del Nord). Sarebbe giusto sforzarsi in questa direzione oppure l’Università deve restare un’istituzione pubblica e didattica aperta al maggior numero di studenti?

Il quadro dell’Università italiana è tragico. Più della metà del peso della formazione nell’Università pubblica grava sulle spalle di volontari. Mi spiego: oltre il 50% di compiti didattici è affidato a personale non strutturato che riceve una remunerazione simbolica o nessuna remunerazione.

Un altro miracolo italiano?

No: una delle manifestazioni più evidenti di come sia considerata l’Università da parte di chi ha governato e governa il Paese. Il blocco in atto del turn over e il dimezzamento dei fondi destinati ai professori a contratto previsto dal DDL Gelmini-Tremonti segnano un ulteriore scivolamento dell’Università italiana verso una condizione che la assimila, quanto alla didattica, più a un’organizzazione di beneficenza che a una fondamentale istituzione dello Stato.

Quanto alla ricerca ho già detto: il massimo del riconoscimento va a chi porta soldi all’Università, senza alcun controllo sulla ricaduta scientifica.

I tempi della didattica e degli esami sembrano strutturati allo scopo di non lasciare il benché minimo spazio di riflessione autonoma e di “tempo libero” (nella più nobile accezione di questa espressione) agli studenti. Possiamo considerarla come una risposta repressiva/preventiva post-’68 e ‘77?

Sì: la formazione ha per certi versi l’aspetto di un ingozzamento di oche destinate a produrre foie gras. Ma allo stesso tempo si va paternalisticamente in soccorso del povero studente con il sistema dei crediti. Il risultato è irto di aberrazioni, come quelle che portano a far studiare i classici della letteratura in pillole. Il processo formativo subisce così una sorta di concitazione da Mtm, il sistema fordista di misurazione di tempi e metodi. È l’effetto della supremazia che hanno assunto le tecniche gestionali e la razionalità che le contraddistingue: un caso esemplare della stupidità generale che ci governa e opprime.