Officina dei saperi | Lametia 2.XII | La relazione di Piero Bevilacqua
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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Lametia 2.XII | La relazione di Piero Bevilacqua

Pubblichiamo il testo della Relazione tenuta da Piero Bevilacqua all’assemblea del 2 dicembre 2017, a Lametia Terme.

Tre finalità d’analisi

Care amiche e cari amici,

credo che in questa assemblea dobbiamo assolvere tre distinti compiti. Il primo consiste nel cercare di capire come siamo giunti fin qui, attraverso quali vie siamo precipitati all’attuale situazione di grave disgregazione sociale del nostro Mezzogiorno. Il secondo fine consiste nell’impegno di smontare la rappresentazione dominante e stereotipata delle nostre regioni, che si è più o meno largamente imposta nell’opinione pubblica nazionale. Infine, obiettivo ben più difficile, tentare di delineare linee di movimento, iniziative politiche, prospettive d’azione e di mobilitazione.

Il primo punto direi che mi spetta per mestiere. Naturalmente non basterebbero le ore per ricostruire il percorso storico attraverso cui, negli ultimi quindici- vent’anni, siamo indietreggiati sino alla situazione attuale, con accelerazioni marcate agli inizi di questo decennio. Tanto per dare un’idea, ricordo che in 6 anni tra il 2008-2014, le regioni meridionali hanno perso il 13% del PIL. Per quanto rozzo sia questo misuratore, esso, soprattutto in questo genere di statistiche generali, non è senza un grave significato. Se si pensa che, se pure lento, l’incremento annuale del PIL è da tanti decenni una costante storica delle società industriali, si capisce bene l’entità del tracollo. Noi ci troviamo oggi ad avere 1,2 milioni di giovani che non lavorano e non studiano ( i cosiddetti NEET), una disoccupazione giovanile ufficiale che oscilla intorno al 40%, un tasso di occupazione femminile da paese in via di sviluppo (31%).Infine, tanto per colorare e chiudere il quadro – evitando di annoiarvi con altre cifre – il Sud vanta oggi il 46% della popolazione a rischio povertà ed esclusione sociale.

Noi siamo pervenuti a tale grave arretramento delle condizioni sociali per il combinarsi di due diversi fenomeni e processi, mondiali e locali.

Globalizzazione vuol dire delocalizzazione

Vediamo, in sintesi, con schematismo estremo, le vicende mondiali. Nel dibattito pubblico si usa il termine globalizzazione come un pass-partout magico per spiegare ogni cosa. Così, alla fine, non si spiega niente e si blatera a vuoto. Occorre invece cogliere il meccanismo essenziale del processo, la logica dominante che condiziona tutto il resto. Sul piano economico, che è l’aspetto per noi qui più interessante, la globalizzazione è stata essenzialmente delocalizzazione. Vale a dire trasferimento di imprese e capitali dalle metropoli industriali nelle aree del mondo in cui la forza lavoro poteva essere pagata con bassi salari, la pressione fiscale sul capitale particolarmente mite, le regole ambientali le più vantaggiose possibili. Tali trasferimenti su scala globale – resi possibili ed economicamente sostenibili dalla rivoluzione elettronica – ha fatto conseguire al capitalismo, diventato sempre più transnazionale, due risultati strategici:

  1. Una formidabile ripresa del processo di accumulazione fondata sui salari di fame dei paesi poveri, con allargamento dei mercati e dunque un rafforzamento di potere delle imprese su tutta la società.
  2. Un rapporto di forza politica e sindacale sovrastante dell’ impresa nei confronti dei lavoratori dentro i paesi industrializzati, continuamente minacciati da possibili delocalizzazioni e licenziamenti.

La quasi impossibilità dei lavoratori di poter rivendicare più alti salari e migliori condizioni di lavoro di fronte alla possibile risposta padronale di un trasferimento dell’impresa, ha creato una asimmetria di potere inedita nella storia del capitalismo. Non solo l’utilizzo del marxiano “esercito di riserva” dei disoccupati contro gli occupati, ma la minaccia costante della chiusura della fabbrica, la fine del lavoro.

Questa nuova posizione di dominio del capitale si è imposta come una realtà naturale, quale l’unica realtà possibile. “Non c’è alternativa”, diceva sprezzantemente Margaret Thatcher.

Possiamo dire che tale novità di scenario, insieme al crollo dell’URSS e dei Paesi comunisti, ha finito col rovesciare l’immaginario politico del ‘900. Ed ha anche creato una situazione inedita per la politica intesa come progetto di trasformazione della società. Perché il soggetto più forte del conflitto, la classe operaia, quello attorno a cui si annodavano le varie istanze sociali di emancipazione di tutti i ceti subalterni, è stato gravemente indebolito. Da ciò è derivato il progressivo arretramento dei partiti popolari, costretti a mediare col proprio popolo la progressiva riduzione del welfare e le conquiste novecentesche. Se vogliamo comprendere le difficoltà strategiche della sinistra oggi occorre guardare a questo passaggio fondamentale.

Di fronte al processo di trascinamento dei salari europei e occidentali verso gli standard dei paesi poveri, i partiti socialdemocratici e popolari si sono acconciati a rendere competitivi i capitalismi dei propri paesi, adottando l’armamentario concettuale e ideologico del pensiero neoliberistico.

Dunque : flessibilità del lavoro, privatizzazioni, liberalizzazioni, diminuzione del carico fiscale sulle imprese e incentivi all’investimento, politica dell’offerta, riduzione del welfare. Da Schroeder a Blair, da Treu a Hollande, dalla Merkel a Renzi, da Moscovici a Draghi, con sfumature e accenti diversi, tutte queste innovazioni del dominio capitalistico sono state chiamate riforme. Sono le riforme a cui ci esortano le autorità politiche e finanziarie dell’Unione Europea. Parole e pensieri diversamente modulati di un pensiero unico.

Dunque, è bene sapere che le riforme di cui continuamente si parla sono state e sono un gigantesco piano per rendere socialmente sopportabile lo smantellamento delle conquiste operaie e popolari degli anni ’60 e ’70 e per fornire al capitale la possibilità di competere con gli standard da “accumulazione originaria” dei Paesi emergenti.

Che cosa ha comportato tale passaggio sul piano economico? Le riforme capitalistiche hanno imposto un progressivo arretramento dei redditi da lavoro, l’indebolimento della domanda interna, un vasto processo di indebitamento pubblico e privato. Quest’ultimo particolarmente marcato in USA e nel Regno Unito. È da tale meccanismo, dal tentativo di surrogare la stagnazione dei salari e l’indebolimento della domanda interna con l’indebitamento, che è scoppiata negli USA la bolla dei mutui subprime e dunque la grande crisi del 2008. 

La ritirata dello stato

Ora avviciniamoci all’Italia. La concorrenza mondiale sui salari, sugli standard fiscali e ambientali ha messo in ginocchio, com’è noto, non poche nostre imprese. La competizione cinese, ovviamente rientra in tale meccanismo, anche perché dentro la Cina fanno profitti, con i salari locali, i giganti industriali dell’Occidente.Una grande novità per l’Italia è che dalla fine degli anni ’90 i nostri imprenditori non hanno più potuto godere dello strumento monetario della svalutazione della lira, per rendere più competitivi i propri prodotti. Tuttavia, mente nel Centro-Nord, molte imprese con solide tradizioni alle spalle, hanno retto, praticando anche, in tutto o in parte, processi di delocalizzazione, quelle meridionali non ne hanno avuto, in genere, la forza. Queste ultime hanno anche risentito della crisi delle imprese centro-settentrionali, perché talora erano legate ad esse.

Su tale dinamica economica si sono innescati due percorsi politici: uno centrale-statale e un altro locale-regionale. Quello centrale l’ho in parte abbozzato: è la ritirata progressiva dello stato dall’economia. Ma aggiungo un dato: il crollo degli investimenti, soprattutto pubblici. Tra il 2008-14 il tasso medio annuo di diminuzione degli investimenti complessivi nel Mezzogiorno è stato del 6,6% (nel Centro-Nord del 4,4). Il più grave e prolungato processo di disinvestimento dal dopoguerra.

Nel frattempo nel Sud si verificano importanti novità. Con gli anni ’80 finisce l’intervento straordinario, cambia la politica degli incentivi per le aree più svantaggiate ed entrano in scena le Regioni. E le Regioni, alcune per la verità meno di altre (Abruzzo e Puglia), falliscono clamorosamente al loro compito. L’incapacità da parte delle amministrazioni regionali del Sud di utilizzare i fondi strutturali europei per un paio di decenni è una delle pagine più ingloriose delle classi dirigenti e del ceto politico meridionale.

Infine, per chiudere alla meglio questo capitolo, che avrebbe bisogno di molto più tempo per essere illustrato meno schematicamente, ricordo le novità che riguardano pesantemente l’ambito locale, ma la cui origine è esterna. Mi riferisco alla politica europea, anzi tedesca, di austerità che inchioda i nostri comuni nell’impossibilità di spendere e investire. Comuni che, non solo per la verità nel Sud, da decenni cercano di far cassa svendendo il proprio territorio alle imprese edilizie.

Comuni che hanno sempre meno risorse per sostenere le famiglie in difficoltà, per i servizi, per contenere la dilagante disperazione sociale. Il nostro pesante debito pubblico e l’ottusa politica di Bruxelles ci stanno trascinando nel baratro.

Com’ è il Mezzogiorno oggi?

Veniamo al secondo punto del nostro compito analitico: la rappresentazione del Sud. Si tratta di un aspetto delicato e fondamentale del nostro impegno politico e culturale. Non c’è parte d’Italia che sia mai stata e sia, ancora oggi, più deformata da stereotipi e calunnie del nostro Mezzogiorno. Credo di poter dire che in Europa non esiste un caso comparabile. E in questo caso non sono in gioco onorabilità e reputazione dei cittadini meridionali, ma esiti politici di prima grandezza. Vi ricordo che noi abbiamo subito per decenni – e quasi senza reazioni – la propaganda infamante della Lega di Bossi. E devo far notare che non c’è stato in Europa alcune Paese, in cui, un partito di governo abbia fatto della criminalizzazione di una parte della popolazione nazionale l’oggetto della propria propaganda politica. Ebbene, uno degli esiti politici – ed economici – di quella propaganda è stato che da allora dal discorso pubblico è scomparso qualunque accenno alla possibilità di intervento statale a sostegno delle arre più deboli del nostro Sud. Se un’area è popolata da ladri e criminali occorrerà affamarla.Un argomento che ha convinto gran parte degli italiani. Purtroppo non posso soffermarmi più di tanto su questo tema.

Credo che noi dovremmo demolire due stereotipi:

  1. L’idea assurda che l’intervento straordinario non sia servito a nulla, e che «il Mezzogiorno è sempre lo stesso». Una menzogna storiografica di tale portata io l’ho letta pochi anni fa, su Repubblica, scritta da Eugenio Scalfari.E qui anticipo una indicazione su quel che noi possiamo fare disponendo di un Osservatorio. Che cosa si fa in tali circostanze? Qualcuno di noi manda una lettera al direttore? In questo caso si interviene con analisi e dati e, senza offendere personalmente nessuno, si fa a pezzi la credibilità di chi si lascia andare alle idee ricevute e alle frasi fatte. Così che simili incidenti diventino occasione di attenzione mediatica per imporre analisi serie e fondate della nostra realtà. In questo caso per mostrare che l’intervento straordinario ha cambiato radicalmente il volto del nostro Mezzogiorno. Tutti devono sapere che il Sud d’Italia è parte di un paese moderno e avanzato, che ha problemi più accentuati e gravi che nel resto del Paese, ma che possiede una stratificazione sociale da capitalismo maturo. Ci sono i ricchi, i ceti medi, i poveri e i poverissimi. L’intervento straordinario non ha cancellato il divario Nord-Sud, che ha cambiato nel frattempo natura e qualità. E non l’ha cancellato per varie ragioni. Non ultima perché i finanziamenti straordinari non si sono aggiunti, ma hanno sostituito quelli ordinari, mentre il Centro-Nord ha continuato a godere dei tradizionali vantaggi pubblici.Con ciò non vogliamo assolvere le responsabilità delle classi dirigenti, delle amministrazioni e del ceto politico meridionale.Ma se passa la stolta idea che l’intervento straordinario non ha cambiato nulla, si fa strada anche la convinzione che “non c’è nulla da fare”, il Sud non cambierà mai e soprattutto non vi si devono investire ancora risorse pubbliche.
  2. L’altro stereotipo da demolire è l’equazione Sud-Mafia. La Mafia (con Camorra e ‘Ndrangheta) nascono nel Sud e a lungo hanno insediamento meridionale. Ma soprattutto, a partire da secondo ‘900, sono fenomeni nazionali. La durata e il successo di queste organizzazioni criminali sarebbero inspiegabili senza i legami con le classi dirigenti e settori del ceto politico nazionale e di governo. Del resto, una sentenza della Cassazione ci ricorda che fino al 1980, Giulio Andreotti, l’uomo di stato più potente della cosiddetta prima repubblica, aveva avuto rapporti con la mafia. Poi condannato definitivamente e prescritto dalla Corte d’Appello di Palermo nel 1999.Oggi la criminalità organizzata ha insediamenti nazionali e internazionali. E non possiamo dimenticare, a tal proposito, che settori importanti e in parte ignoti del ceto imprenditoriale del Centro-Nord d’Italia – ormai largamente infiltrati – si sono serviti della criminalità organizzata per trasferire e interrare a basso costo i propri veleni industriali nei terreni agricoli del Sud. Quanto è accaduto nella Terra dei fuochi attende ancora giustizia per le vittime e accertamento di verità di fronte all’opinione pubblica nazionale. Ma noi meridionali non siamo ancora riusciti a organizzare una giornata di mobilitazione nazionale, neppure per reclamare una bonifica radicale di quell’area. Quanto detto per significare, con semplicità, che le mafie non sono una escrescenza della cultura meridionale, ma un nemico comune.
  3. Dobbiamo dare una risposta culturale e storiografica al neoborbonismo, questa specie di tardivo leghismo meridionale. Una risposta che non può essere semplicemente liquidatoria, perché la sua relativa diffusione rivela dei bisogni psicologici e simbolici insoddisfatti. Io credo che contenga anche delle verità storiche mal veicolate e interpretate.

Diciamo la verità: la storia dell’unificazione nazionale è stata la storia e la storiografia dei vincitori. Dalle ricostruzioni ufficiali sono state cancellate pagine indegne di brutalità e massacri compiuti contro le nostre popolazioni. Anche se l’esercito sabaudo aveva l’attenuante della guerra al brigantaggio. D’altra parte, la visione dell’annessione dell’Italia meridionale al resto del Paese come “conquista regia” è stata già avanzata, a inizio del ‘900, da vari intellettuali democratici e soprattutto, in maniera sistematica, da Guido Dorso. Ma devo aggiungere che anche la storia economica di quella fase, quella che si è espressa a partire dalla seconda metà del secolo scorso, anche quando ispirata al marxismo e al gramscianesimo, ha avuto una forte impronta liberista. La politica economica della Destra storica nei primi decenni dell’Unità, ad es., che aveva certo di fronte enormi difficoltà di bilancio, è stata disastrosa per le nostre economie industriali. L’estensione della tariffa piemontese a tutte le province italiane danneggiò anche le industrie del Centro-Nord, non solo quelle del Sud. E non è affatto vero che tutte le industrie meridionali erano industrie protette e assistite dallo stato borbonico e che sono crollate appena aperte al mercato internazionale. Esistevano nel Sud realtà artigianali e industriali, certo meno diffuse e solide che nel Nord, ma non per questo prive di capacità produttive, di tecnologie avanzate e di capitali privati. Dunque, sul piano della memoria e sul piano storiografico, il fine intrinsecamente superiore e certo più ricco di futuro dell’Unità d’Italia, ha comportato una posizione implicitamente apologetica nei confronti dei vincitori. E perciò noi non possiamo dimenticare ciò che i cosiddetti neoborbonici dimenticano: il progetto dei gruppi dirigenti che alla fine vinsero la partita dell’Unità, pur responsabili di eccidi, era l’unificazione e l’indipendenza del Paese. Vale a dire l’uscita dell’Italia da quasi quattro secoli di subalternità e marginalità in Europa. Non possiamo dimenticare che il fine era uno stato di diritto, contro una dinastia d’antico regime, che aveva alle spalle non poche prove di tirannia e brutalità.

Che fare?

Che fare, come procedere, che cosa rivendicare? Mi debbo limitare a indicazioni generali e sommarie. Credo che la prima cosa da rivendicare sia un nuovo protagonismo del potere pubblico. In questi ultimi decenni abbiamo sperimentato, nella realtà dei fatti, che senza l’opera equilibratrice dello stato le disuguaglianze non solo sociali ma anche territoriali si aggravano. Chi cerca una prova ulteriore della disfatta del pensiero, delle strategie, della cultura neoliberista guardi al nostro Mezzogiorno.Ma come meridionali abbiamo delle rivendicazioni specifiche da avanzare. Perché il Sud è diventato l’area per eccellenza delle disuguaglianze italiane. Domenico Cersosimo e Rosanna Nisticò, in documentatissimo saggio pubblicato su “il Mulino” nel 2013, hanno illustrato puntualmente quelli che hanno definito i «divari interni di civiltà» del nostro Paese. Vale a dire le disuguaglianze create dal diverso impegno finanziario dello Stato nei territori del Sud e in quelli del Centro-Nord. Da noi le risorse per i servizi pubblici e dunque la loro efficienza e qualità sono inferiori rispetto a quelli offerti agli altri cittadini italiani: che si tratti della scuola, dei trasporti, dell’erogazione dell’acqua, dell’assistenza agli anziani, ecc. Lo stesso stato tratta in modo disuguale i suoi cittadini.

Un reddito per frenare la fuga

Credo che di fronte alla disoccupazione da dopoguerra che da anni flagella le nostre regioni noi dovremmo riflettere su più risposte possibili. Sono personalmente convinto – e so di dire cose su cui non tutti gli amici saranno d’accordo – della necessità di rivendicare un reddito di dignità per una fascia estesa di cittadini. Non sono sospettabile di simpatie per i 5 Stelle. Mi sono pubblicamente impegnato su tale terreno molto prima che apparisse quel movimento.

Dico subito che tale strumento di welfare, praticato in vario modo in tanti Paesi d’Europa, non è necessariamente alternativo a un grande piano del lavoro indirizzato alla ristrutturazione del territorio meridionale. Né va pensato come surrogato della grande prospettiva di una riduzione drastica dell’orario di lavoro, in coerenza con la storia delle società industriali.

Ma noi dobbiamo fare i conti con il contesto storico e con il tempo.

Il contesto storico ci dice che mai il capitalismo, nella sua storia plurisecolare, aveva avuto a disposizione tanto denaro a buon mercato e mai tanta forza lavoro, anche qualificata, alla propria mercé. Eppure gli investimenti languono. E ovviamente non solo in Italia, ma anche negli altri Paesi di antica industrializzazione. Alcuni economisti, com’è noto, ipotizzano l’ingresso in una fase di “stagnazione secolare”. Non aspettiamoci dunque in tempi brevi clamorose riprese dell’occupazione. È irrealistico immaginarlo. Inoltre, la capacità d’iniziativa del nostro ceto politico e la mistica della austerità imposta dall’Europa non offrono molte speranze di svolta.

Dunque, noi rischiamo di condannare così un’altra generazione di giovani alla disperazione sociale e alla fuga, a lavori poveri e precari o all’emigrazione.

Secondo i dati forniti nel 2017 dai centro-studi Idos e Confronti, ogni anno lasciano il nostro Paese circa 300.000 persone, soprattutto meridionali. E non si tratta di braccianti e contadini poveri. Il 30% di essi ha la laurea. A questo proposito ricordo che in uno studio del 2015 la nostra Confindustria ha calcolato la perdita in “capitale umano” – orribile sintagma, che uso perché in questo caso significativo – dovuto all’emigrazione, supera gli 8 miliardi l’anno. Che diventano 14 miliardi se si calcola la spesa sostenuta dalle famiglie per la formazione dei nostri ragazzi.

Ebbene, di fronte a questa emorrogia che nessun ferma, noi dobbiamo rivendicare anche risposte immediate, magari non perfette, manchevoli, ma in grado di tamponare una emorragia che ci dissanguerà. Debbo ricordarvi con l’enfasi che il fenomeno merita, che il Mezzogiorno è stato letteralmente spolpato delle sue migliori energie per tutto il XX secolo. Se vogliamo trovare una ragione fondamentale nella persistenza del divario Nord-Sud la dobbiamo cercare in questa ininterrotta fuga di intelligenze che va a potenziare il resto d’Italia e del mondo. Non è più possibile tollerare che questa storia si ripeta.

Occorre dunque fornire un reddito minimo ai nostri giovani perché continuino le loro ricerche, perché possano intraprendere attività e tentare nuove economie, perché costruiscano il tessuto civile dei nostri territori, facciano con più agio volontariato, cura dell’ambiente, ecc.

Obiezione: da dove prendiamo i soldi? Su questo punto debbo premettere una osservazione di carattere politico. Occorre che ciascuno di noi, di fronte al dramma che vivono i nostri ragazzi, si faccia un esame di coscienza e si liberi senza timidezza dei propri conformismi e della proprie rassicuranti certezze. Il denaro c’è e non si trova perché è speso per attività che dovremmo trovare quanto meno improprie. Sapete quanto spendiamo per la difesa ogni anno? Circa 23 miliardi complessivi, 64 milioni al giorno. Secondo il rapporto presentato il 15/2/2017 dall’Osservatorio Milex alla Camera dei Deputati, dei 64 milioni al giorno, 15 sono spesi per armamenti, per fare guerra. Per aggredire e uccidere, come fanno i ben noti F 35. Il tutto in violazione dell’art. 11 della Costituzione. Uno sperpero di denaro intollerabile, se si pensa che i nostri ragazzi entrano nelle scuole e corrono tutti i giorni il pericolo che il tetto crolli sulle loro teste.

Il moderatismo è ingiusto

Dunque, lo dico con la franchezza che l’argomento merita: o noi siamo in grado di esprimere una radicale capacità di opposizione ai governi e all’andazzo dominante, o è bene neppure iniziare la nostra iniziativa. Il declino del Mezzogiorno e dell’intero Paese dipende in sommo grado dalla scomparsa dalla scena politica di una reale forza d’opposizione, dall’assenza di un antagonismo capace di dar voce alle forze più deboli del nostro Paese. La mancanza di un grande soggetto oppositivo fa venir meno il controllo di legalità, fa degenerare la nostra democrazia.Se non partiamo da qui non arriveremo da nessuna parte.

Infine. Ho cercato di suggerire alcune proposte nei documenti che ho inviato. C’è l’idea dell’Osservatorio del Sud e altre indicazioni. Ma credo che ci sia soprattutto il messaggio che la politica non è prerogativa esclusiva, né ostaggio, dei partiti. Noi stessi possiamo creare, anticipare un nuovo mondo possibile con la nostra opera quotidiana. Naturalmente, un tema centrale che dovremo porre al centro della nostra discussione è che tipo di avvenire economico potrà avere il Sud nei prossimi anni e decenni. Continuare a rivendicare genericamente “lo sviluppo”, è ormai un esercizio svuotato di significato, alla luce delle nuove dinamiche mondiali, mentre avanzano innovazioni tecnologiche sconvolgenti, mentre il pianeta è minacciato da squilibri inediti nella storia dell’umanità.

Infine, di nuovo e per concludere veramente una relazione troppo lunga. Io credo che noi dell’Osservatorio del Sud potremmo intestarci una grande idea strategica: quella di un patto solidale tra il Mezzogiorno e i migranti mediterranei. Un patto fondato sull’impegno ad accogliere i migranti, insegnare loro la nostra lingua, apprendere i loro saperi e le loro ragioni, organizzarli in cooperative di lavoro, metterli in condizione di restaurare gli abitati dei nostri paesi, ripopolare le nostre terre. Ricordo che le aree interne del Sud ( ma anche quelle del Centro-Nord) si vanno desertificando e noi non riusciamo a rintuzzare lo stupido allarme della minaccia di invasione. Noi potremmo offrire ai giovani nordafricani e di altre aree tormentate del mondo, insieme ai nostri giovani, la possibilità di rivitalizzare l’agricoltura collinare, con colture incentrate sulla ricchezza ineguagliabile della nostra biodiversità agricola. Ricordando che l’agricoltura oggi non è un semplice settore produttivo, ma il possibile centro di irradiazione di una molteplicità di servizi avanzati, dall’agriturismo all’enogastronomia, dall’agricoltura sociale alle fattorie didattiche. Noi potremmo chiamare una intera generazione a ripristinare la silvicultura di qualità, che freni il degrado e l’inselvatichimento dei nostri boschi, che curi il territorio e conservi e rivitalizzi il paesaggio.

Si tratta di un progetto che non solo frenerebbe i processi di abbandono di vasti territori e riempirebbe di economie produttive aree oggi desertificate. Esso formerebbe i presidi montani di controllo territoriale necessari perché frane ed alluvioni non danneggino le aree di pianura, dove oggi è insediata la più parte della popolazione, delle imprese e delle infrastrutture.

E non dimentichiamo che in questo modo, con le culture e le lingue diverse che giungono sulle nostre terre, a partire dai nostri paesi, noi potremmo ricostruire la civiltà cosmopolitica mediterranea che è stata ragione di grandezza della nostra storia millenaria.

Piero Bevilacqua