Officina dei saperi | Lamezia 2.XII | A Sud di nessun Nord
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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Lamezia 2.XII | A Sud di nessun Nord

di Claudia VILLANI –

Pubblichiamo una nota giunta per posta, sintesi di un intervento più ampio, come contributo alla giornata e alla discussione di Lamezia.

Negli ultimi anni nei congressi internazionali di storia (storia mondiale, storia economica, storia delle relazioni internazionali, ecc.) si moltiplicano gli studi sulle “periferie” e dal punto di vista delle “periferie”, andando al di là degli studi sulle due grandi fasi della globalizzazione capitalistica, centrati sull’Occidente. In aggiunta, le stesse categorie di centro e periferia vengono trasferite dalla originaria dimensione economica e politica connessa con la formazione del moderno sistema mondiale dell’economia capitalistica ad una dimensione sociale e culturale più ampia, in coincidenza con il “linguistic e cultural turn” che ha attraversato le scienze sociali negli ultimi decenni. Si cerca quindi di anche ripensare la “territorialità” e la “sovranità” a partire dalla critica al concetto euro-centrico di territorialità ancorata allo Stato-nazione.

In questo contesto andrebbe collocata la riflessione sui territori del nostro Mezzogiorno. Esiste infatti più di un motivo per sottolineare le analogie tra il modo con cui è stata costruita/ interpretata/ pensata/ teorizzata la questione meridionale in Italia e il modo con cui viene costruita/ interpretata/ pensata/ teorizzata oggi la questione del cosiddetto Global South, erede del percorso storico avviato dal movimento dei non allineati nel secondo dopoguerra. Facciamo un esperimento. Se provassimo a riassumere le questioni poste dal Terzo Mondo nella seconda metà del Novecento, a partire dal problema del divario globale, forse potremmo leggere un testo simile:

Secondo il punto di vista del Terzo Mondo, le risorse dei paesi arretrati hanno giocato un ruolo funzionale, seppure non decisivo, per la modernizzazione e l’arricchimento dei paesi del Nord, anche e soprattutto per reggere la sfida del mercato internazionale. Una parte degli studiosi ha attribuito scarso peso all’apporto dei paesi del Sud, spesso ex-colonie, allo sviluppo del capitalismo settentrionale; un’altra parte, invece, ha indicato nello sfruttamento coloniale dei Sud un effetto delle scelte politiche degli Stati del Nord, che hanno favorito con effetti distorsivi l’industrializzazione del solo Nord; altri studiosi, infine, hanno visto un nesso organico, tra lo sviluppo agricolo e ritardato dei Sud e sviluppo industriale e capitalistico concentrato nel Nord.

Che sia condivisibile o meno questa sintesi nella sua schematicità, si tratta di una parafrasi letterale di un testo dedicato alla questione meridionale italiana[1]. La mia ipotesi è che alla base delle tante forme di meridionalismo – inteso come costruzione di un discorso storico, politico, culturale e quindi come costruzione di una identità politica e culturale – vi siano elementi comuni: la percezione di essere diversi rispetto ad altri territori caratterizzati da performance economiche e sociali migliori; il continuo ricorso all’indagine storica, alla ricerca delle “origini” del fenomeno e dei suoi “responsabili” (interni ed esterni); la consapevolezza di essere inseriti in un contesto più vasto di rapporti con altri, e quindi la consapevolezza del rapporto interdipendente tra il proprio territorio, che non controlla i meccanismi di scambio (“periferia”), e altri (“centri”); la consapevolezza della necessità di “riforme” interne, ma anche, soprattutto, per riconquistare margini di manovra, la consapevolezza della necessità di “riforme” che agiscano sui rapporti di forza economici e politici esterni alla dimensione locale (siano essi di dimensione regionale, nazionale, sovranazionale, ecc.). Per questo motivo la coppia concettuale centro/periferia, così come il modello (o se vogliamo la metafora) coloniale, diventano strumenti per descrivere e/o cercare di modificare i rapporti di forza.

Si potrebbero pensare, quindi, i diversi meridionalismi – i meridionalismi italiani, i meridionalismi globali nel secondo dopoguerra – come costruzioni di identità particolari. Il Sud/i Sud nascono quando nascono i Nord, sono “resi diversi” in relazione a qualche “Nord”, si sentono “oggetto” di una storia narrata e tessuta da altri, si percepiscono come tali e costruiscono il loro “meridionalismi” per rivendicare il ritorno come “soggetti” nella “Storia”. È l’ascesa di un Nord, è l’affermazione di un modello di modernizzazione, che consegna agli “altri”, ai “meno” moderni, il “dilemma dello sviluppo” e il “dilemma della sovranità territoriale”.

La storia del Mezzogiorno d’Italia e questo nostro tentativo di rilanciare un meridionalismo all’altezza dei tempi andrebbero inserite in questo contesto più ampio. Negli ultimi decenni, del resto, la stessa questione meridionale è stata declinata in relazione ad una molteplicità di livelli sovra-nazionali (dimensione internazionale, dimensione europea, dimensione mediterranea), oltre ad essere stata scomposta e decostruita anche in relazione alle molteplicità locali e territoriali, evidenziando pluralità e percorsi peculiari che mal si adattano alle semplificazioni delle variabili aggregate utilizzate per quantificare il “divario” tra Nord e Sud del paese. È l’approccio della World History allo studio delle relazioni costruite su più livelli tra territori e attori diversi, non solo e non tanto gli Stati-nazione.

Nel presente globalizzato in cui viviamo i “Sud” sono ovunque, attraversano i territori in tutte le dimensioni: da quella locale a quella nazionale, da quella regionale a quella globale. Per questo motivo, così come altri Sud possono imparare dalla storia italiana (e dalla storia della nostra questione meridionale), anche noi, oggi, possiamo imparare da altri meridionalismi, mettendo in rete conoscenze, teorie critiche, pratiche, proposte e progetti.

Mi sembra quindi inevitabile che il nostro Osservatorio (magari “sui Sud”, al plurale?), abbia un respiro e una ambizione (conoscitiva, scientifica, propositiva) di carattere globale, se è vero che, alla fine, “il mondo globalizzato sarà quel che i suoi Sud saranno” [2].

Lamezia Terme, 2 dicembre 2017

Note al testo

[1] Pescosolido, La questione meridionale, http://www.treccani.it/enciclopedia/la-questione-meridionale_(Dizionario_di_Storia)/.

[2] È una parafrasi della celebre profezia di Mazzini: “L’Italia sarà quel che il Mezzogiorno sarà”.