Officina dei saperi | “Il Sole 24 Ore” sull’inglese nell’insegnamento
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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“Il Sole 24 Ore” sull’inglese nell’insegnamento

30 aprile 2017

Approfitto per allegare una inattesa presa di posizione del Domenicale del “Sole 24 Ore” sull’inglese nei corsi universitari.

Buona Festa del lavoro,

Franco Aqueci
***

Che l’inglese non sia liberticida

di Lorenzo Tomasin, da “Il Sole 24 Ore”, Domenica, 30 aprile 2017, n. 113

Ha senso che i corsi universitari di materie in cui la ricerca scientifica ormai si svolge nel mondo quasi solo in inglese, possano essere tenuti anche in inglese? E ha senso che ai livelli più avanzati di alcune discipline l’inglese divenga l’unica lingua possibile, a partire dai corsi universitari? Se la risposta alla prima domanda è, con moderazione, sì per qualsiasi persona dotata di buon senso, la risposta alla seconda è certamente no, se la prospettiva è quella di precludere l’accesso concreto e vitale di grandi lingue europee di cultura (e dei loro parlanti e intendenti) ai livelli avanzati di una comunità scientifica il cui monolinguismo assoluto somiglierebbe a una forma d’assolutismo. Ben venga l’inglese, insomma, ma a precise e ragionevoli condizioni.

Per pervenire a conclusioni simili sono stati necessari, nell’Italia delle liti, i pronunciamenti di vari tribunali. Ha iniziato quello amministrativo cui alcuni anni fa si sono rivolti i docenti del Politecnico di Milano indisponibili ad accettare un ordine del loro Senato accademico che imponeva l’organizzazione di corsi esclusivamente in inglese per tutte le lauree magistrali e i dottorati dell’ateneo. Dove imposizione ed esclusività sono in chiaro contrasto non solo con le legittime pretese di docenti – poniamo – d’architettura abituati ad argomentare e ad eccellere nella loro lingua; ma con la stessa ragionevolezza che purtroppo manca, ormai, a molti studiosi di discipline tecniche divenuti incapaci di esprimersi decentemente nella lingua materna sul contenuto del proprio stesso lavoro, essendo abituati a parlare e scrivere solo in quella sottospecie d’inglese che è il globish, riduzione immiserita e plastificata ad uso dei tecnici. Spesso, in effetti, quando bisogna imporre qualcosa in questi campi è perché non si hanno argomenti per proporre. Non si ha densità culturale sufficiente per convincere.

Un recente (febbraio 2017) pronunciamento della Corte costituzionale ha chiuso la vertenza: sì, dice la Consulta, è ragionevole che le università attivino corsi in lingua straniera (come sarebbe ad esempio il tedesco in un curricolo di germanistica), ma tale attivazione deve seguire criteri di «ragionevolezza, proporzionalità e adeguatezza» che garantiscano «una complessiva offerta formativa che sia rispettosa del primato della lingua italiana» nell’istruzione avanzata e pubblica dell’Italia. Suona strano? Non dovrebbe: eppure leggendo le pagine di un volumetto in cui la vicenda è ricostruita e commentata, ci s’imbatte nelle accuse, mosse a quest’ultima sentenza, di essere liberticida, cioè di soffocare il potere che secondo alcuni le università pubbliche – e quindi anche, nonostante tutto, i Politecnici – avrebbero di rinunciare all’uso dell’italiano come si rinuncerebbe a inessenziali arcaismi quali i libretti studenteschi, le toghe, i quarti d’ora accademici o le lodi nei voti.

Non è così, purtroppo. Lo stato di salute di una lingua scientifica – da un lato – e il plurilinguismo come valore ideale di un’Europa e di un’Italia civili, democratiche e moderne, sono questioni più sostanziali di quelle di un marketing universitario cinico e spesso ingannevole (perché basato più su slogan modaioli che su puntuali verifiche di qualità, di cui la didattica in questo inglese un po’ farlocco è spesso un goffo mezzo d’elusione). Giuristi e linguisti di vaglia si sono proposti di spiegarlo, affrontando la questione dal punto di vista storico e da quello politico. Dimentichiamoci il luogo comune dell’inglese come equivalente del latino accademico dell’Europa d’ancien régime: una lingua, quella, scelta non perché abbastanza semplice (come il globish), ma perché sufficientemente complessa. Sotto di essa, le lingue d’Europa – italiano compreso – crescevano e si rafforzavano progressivamente, mentre sotto la lingua plastificata e la didattica automatizzata delle slides esse rischiano di restare asfissiate. Bella l’idea (della giurista Maria Agostina Cabiddu, ispiratrice del volume) che una sana politica linguistica, attenta ai valori del plurilinguismo, realizzi nel modo migliore l’esortazione costituzionale a rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. E da rimeditare anche quella (di Claudio Marazzini, presidente dell’Accademia della Crusca) che la promozione della lingua o delle lingue nazionali, nei corridoi dei Politecnici come nelle scuole di periferia, possa considerarsi un dovere civile degli Stati: il Portogallo, osserva Marazzini, si è ricordato di scriverlo nella Costituzione. Giusto all’Accademia della Crusca il volumetto verrà presentato giovedì 4 maggio, nel corso di una giornata dedicata a lingue, scuola e università.